Perù 3. Un fiore

Joel mi ha regalato un fiore.
Stava appeso ad un albero con una piegatura strana, nella fatica di sorreggere il suo peso e contemporaneamente voltarsi verso l’alto e la luce. Lo stavo guardando e lui, zac, con un colpo di machete lo ha tagliato e me lo ha donato. Un colpo secco, ho trattenuto a stento un “… ma perché?” di fronte al gesto di un dono … si può solo ringraziare.
La foresta è generosa in fiori e foglie e chi ci vive dentro è abituato a tagliare, sfoltire, calpestare.
Logico.
Se non lo fai, nel giro di due giorni non arrivi a casa tua, se stai fermo liane grosse come boa ti inghiottono, se non ti muovi incessantemente diventi il prossimo pasto di chissà cosa. Tagliare non è uccidere è sopravvivere.
Io non avrei tagliato quel fiore, magari mi piaceva di più l’idea di andare a vedere giorno per giorno che progressi faceva, come procedeva il suo voltarsi verso l’alto.
Adesso è sul tavolo della mia stanza, in un vasetto. Sembra fermo, forse è ancora vivo, forse è spaesato, forse la sua voglia di vita si è spenta. Non lo so. Non so nulla di fiori, di jungla, di corone indossate da virus e di tante altre cose.
Ecco.
Venti giorni fa ero in un altro posto. Facevo corte intorno a uno sciamano che raramente è uscito dal suo villaggio. Non ama viaggiare. Vuole mangiare il pesce pescato a 50 metri da casa sua. Tutti gli altri pesci non sanno di niente dentro la sua bocca. E’ persona che non parla, a stento dice buongiorno. Tiene cerimonie. Apre e chiude lo spazio di visione. Canta parole di guarigione. Mette a posto le energie della vita e della morte con la vibrazione della sua voce. E’ vero, lo fa. L’ho sentito e sebbene io ci abbia messo del tempo a cogliere il suo canto vibrare negli strati interni del mio corpo, infine l’ho sentito. Ad un certo momento, nel mezzo di una notte scurissima, ho visto la sua voce diventare un tessuto che si adagiava sopra di me e penetrava nei miei pori. Mi trapassava. Non ero io il suo obiettivo, era altro di cui non saprei dire ma siccome ero lì sono diventata parte di quella magia.
Sono stata vestita di voce.
Mi sono alzata e ho cominciato a danzare. Non potevo e non volevo stare ferma. Il corpo mi si muoveva.
Il giorno dopo, colta dallo scrupolo di averlo distratto dal suo cantare, sono andata a chiedergli (meglio fargli chiedere …) se lo avevo disturbato, se il mio muovermi era stato fuori posto, se avrei potuto danzare ancora nelle prossime cerimonie.
Mi ha puntato gli occhi addosso senza alcuna timidezza o riserbo e senza mettere alcuna emozione nel corpo o nella voce, mi ha detto: “no se”.
Io non lo so.
Rare volte ho provato quel tipo di slargo del cuore.
Dio Che Bello!
Qualcuno che ti dice “non lo so”.
Che te lo dice senza fare la faccia di colpa.
Che non si sente di averlo dovuto sapere.
Che non si inventa una risposta.
Che per non sapere, non si sente meno forte.
Che ti lascia lo spazio vuoto perché tu ti trovi la tua risposta da sola.
Che ti ricorda che il non sapere non è ignoranza, incompetenza, leggerezza, superficialità.
Che sa distinguere fra il sapere e l’avere un’opinione.
Che ti ricorda che coloro che hanno una risposta per ogni domanda probabilmente emettono opinioni per travestire la paura, facendo dello sperimentalismo una sicurezza, del pressapochismo certezza, dando così ai loro soldatini interiori le armi di una spavalderia che cela l’essere solo bambini bisognosi di rassicurazione, di sapere qual è la via giusta e di stare percorrendola.
E io certamente oggi mi sento bambina, piccola piccola, e ho paura di essere qui. In uno Stato dove le regole giuridiche cambiano in due ore senza preavviso, dove la gente è abituata ai militari con i fucili puntati in avanti.
Oggi per me “non lo so” è una risposta d’amore, è il punto dal quale guardare a ciò che accade.

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30 Marzo 2020
Olivia Flaim

FOTO DI STEFANO GOLINELLI

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