Perù 9. Sono passati ventotto giorni. Come stai?

Anamnesi.
La reminiscenza delle idee, cioè l’atto supremo del conoscere.
Raccolta particolareggiata delle notizie che riguardano il paziente.

In questi giorni riflettevo a quante volte ho praticato meditazioni di ventotto giorni. Ventotto giorni sono un tempo noto a chi fa pratiche spirituali. Quando si vuole cambiare un modo d’essere lo si innesta per ventotto giorni. Se si cerca di far germogliare un “pensiero seme”, lo si medita per questo tempo. Ventotto giorni è un tempo del cambiamento che serve sia per sradicare abitudini disfunzionali che per guadagnarne di positive. Il ciclo di ventotto giorni è un ciclo di Luna, maestra dell’inconscio, del sogno e della creatività, è un giro di zodiaco.
Tutte le pratiche spirituali promuovono il ritiro e i ventotto giorni e più trascorsi in questo periodo di restrizione, di isolamento e di vuoto sono stati un terreno particolarmente fertile e mi domando quali semi vi sono caduti. Saprò riconoscere le origini di certi cambiamenti e metterli in relazione con quanto vissuto nel campo di questo tempo?
Ci ho pensato e ho individuato due domande basilari per promuovere questa piccola analisi.
La prima è “Come stai?”
Questa è una domanda che precovid, aveva risposte standard: “mmf, così così”; “come vuoi che vada … si lavora…”; poi c’erano un coro di “ sono stanca”; “ si lavora solo per pagare le tasse”.
Notavo in questi giorni che quando chiedo a qualcuno “come stai?” In meno di zero secondi mi arriva un lanciatissimo “benissimo! grazie!” e giù grandi sorrisi a due metri.
“Come stai” apre alla soggettività, al percepito, al mondo emozionale. E’ una domanda di interesse per la persona e per il suo mondo interiore. E’ la prima domanda da porre a se stessi. “Come mi sento?”
La seconda domanda è “Hai fatto la cacca?”
Ok. Ok. C’è un pregresso. A me l’argomento cacca ha fatto ridere da sempre. La cacca è un fulcro di senso, l’unità minima del benessere, la fonte di ogni spiritosaggine. Sono intimamente rimasta duenne. Mettendola giù un po’ seriosa, #haifattolacacca era la prima domanda che il medico ti faceva e poi, diciamo che se hai fatto la cacca, a tutto il resto si può provvedere.
Parto con le autodomande “Come sto?”
Benissimo, grazie. Ho perfino scoperto l’acqua calda!
In Perù ho incontrato cose a me nuove ma che in realtà sono antiche quanto il paleozoico. Ero solo ignorante. Ho vissuto affascinata e felice, curiosa e attenta. Il mio personale fiorire, e il rinnovo del mio patto di vita con la natura, è però accaduto in un tempo nel quale tutto è “in chiusura”. Le parole: “distanziamento”, “isolamento”, “contagio” mi hanno colpita come i papaveri rossi in un prato verde, e poi hanno dilagano fino a rendere rosso tutto il prato. Anche la parola “virale”, che fino a poco tempo fa serviva a contraddistinguere i post di successo, ora è sinistra.
Sebbene la mia quarantena di un mese in foresta sia stata speciale, sono comunque rimasta bloccata in quel posto per il tempo necessario a mettere qualche radice. Mi domando quale.
Intanto mi è tornato il piacere di scrivere e mi è rispuntata la stupidera, quella cosa che ridi da sola e siccome non ti riesci a fermare alzi il telefono per continuare a ridere ma in compagnia.
Ah, ecco! Mi si è anche risvegliata la voglia di un mondo più gentile e solidale, più lento e amorevole. Peccato però che la mia natura per fare un mondo migliore, mi faccia pugnace, polemica, veemente al limite dell’invettiva e che il desiderio peace, love and sabiduria trasformi i miei occhi un po’ cinesi in  occhi di falco adatti a squartare un pelo in un uovo squassandomi il sistema biliare. Da cui la seconda domanda.
“Hai fatto la cacca?” questa suona strana come domanda di autoindagine e infatti non rispondo pubblicamente anche se, dovendo dare conto dell’importanza dei segni  occorsi al corpo negli ultimi ventotto giorni per reperire utili informazioni sul cambiamento analogico, posso raccontare un paio di osservazioni.
La prima. Mi è cambiato l’odore delle ascelle. Una puzza tremenda, acida e secca del tutto nuova al mio naso. E’ un odore invincibile, non c’è sapone che tenga o deodorante che, per quanto potente, sia capace di annientare questo afrore. Ero insopportabile a me stessa e, una sera ridendo ho pensato che per “distanziare” la gente mi sarebbe bastato alzare le braccia e agitare le ascelle. Avevo già conosciuto un certo odore pungente in situazioni di stress tipo esami, colloqui, primi appuntamenti ma questo aveva una nota completamente diversa. Paura. Odoravo come una moffetta che quando si sente minacciata si ammanta di puzza. Spero vivamente che in questi ventotto giorni il mio metabolismo non si sia tarato nell’ordine dello “statemi lontano che sennò vi anniento!”.
Una seconda cosa è lo spagnolo. Ho parlato con Babbel tutti i giorni. Ho imparato una frase che sicuramente segnerà qualche mio futuro destino in qualche prossimo viaggio lontano: “Los pitufos son hombrecitos azules”, i puffi sono piccoli uomini azzurri. A parte il morir dal ridere … pitufos … non so a te ma a me pitufo mi sbellica, lo spagnolo è bellissimo. Soave nel suono, con tutte le consonanti addolcite e solo le r che mantengono il ritmo e il brivido del discorso.
Ho letto un botto di Tarocchi usando il veneto aggiungendo un sacco di os, as, ito, cito  del tipo “Sentete cerca de mi e mescola les cartes por favor”;  “Oh mira! El Trabajador” per dire il Bagatto … ziobill …siamo proprio dei primati, ci grattiamo la testa, strizziamo gli occhi e le labbra e a volerlo anche un papuanese mai uscito dalla jungla e un americano mai andato a passeggio in vita possono capirsi.  Bene, lo spagnolo#andràtuttobene, non tutto-tutto forse ma sì, dai!

Altro per ora non mi viene in mente, anzi non è vero, non voglio dire bugiette. Mi vengono in mente delle cose ma siccome sono cervellotiche, psicopolitiche e lontane dalla peace universale che regna fra l’anaconda e il picchio dei boschi di Monticolo, non lascio che queste cose arrivino a ventotto … vado a farmi un bagno caldo, mi shampoo la testa e vado a dormire. Ciao e buonanotte.

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La Foto è di Stefano Golinelli. Fiori del Costa Rica

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