“Le novelle di Olivia. Storie fantastiche di un quotidiano” Novella 31. Restituta

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Novella 31. Restituta

Il luogo da dove guardo è bello come il Ciocorì.
Su questa spiaggia c’è pieno di maschi. Alcuni si fanno belli e forti con barbe curate e tuffi spavaldi.
Nuoto godendomi il sale liquido e avvolgente dell’acqua, come se fossi una medusa portata dalla corrente.
C’è un volto di donna sul fondo del mare e mi fissa mentre nuoto. Ovunque io sia nell’acqua lei mi mostra il suo volto intero. È distesa sul fondo e guarda la superficie con occhi aperti e capelli fluttuanti. Né onde né sassi la spostano dal centro dei miei occhi, nemmeno se mi muovo da un lato all’altro della baia. Indifferente a pedalò, braccioli e maschere, lei sta là. Immobile e viva semplicemente rimane.
Torno a riva e la sento sorella. La interrogo: «Dimmi di te. Dimmi chi sei. Dimmi delle donne e ti prego, parlami di me. Dimmi del mio amore, insegnami a non confondere un rapanello con una mela. Dimmi Sorella delle stagioni. Dimmi… ti prego, dimmi ancora di me, ti prego, ti prego».
Ho chiesto in giro sulla spiaggia. C’è una storia che nessuno sa bene, ma il volto di donna l’hanno visto in molti. Si chiama Restituta, veniva dall’Africa ed è arrivata in questa baia.
L’hanno fatta santa perché non potevano fare diversamente. Chi l’ha trovata l’ha capito subito.
Restituta non è il suo vero nome. Nel paese da dove veniva, per chiamarla non serviva un nome, per farla voltare bastava il canto di un uccello, lo scroscio di una cascatella o una voce gentile. Che bisogno aveva di un nome quando ogni cosa poteva chiamarla? Darle un nome sarebbe stato come chiuderla in una gabbia di lettere senza sbarre, piena di niente e vuota di tutto.
La sua vita era semplice. Apriva gli occhi al mattino, odorava il tempo e metteva i piedi per terra. Gli animali venivano a trovarla ma questo accadeva anche nel sonno, le si infilavano fra i capelli per stare al caldo nella sua cute e al riparo dal buio, immersi nel profumo selvatico di chi pur senza doccia e bidè odora di pulito, stavano lì. Alcuni si accucciavano al suo fianco: gufetti, gerbilli, topolini, salamandre, ranocchi, libellule e pappagalli, si appoggiavano a lei fino a coprirla tutta come le conchiglie su uno scoglio. Giochi di penne, piume, zampette, ali e piccoli becchi intorno ai suoi piedi, davano ritmo alle onde del suo sonno.
Chi la incontrava ne restava incantato e, col respiro mozzato, dimenticava la presa d’aria successiva fino a roteare nel nero dello svenimento. “Che bisogno ho di continuare a respirare? Niente potrà mai essere più di questo”, così pensavano vedendola. Tale era l’incanto, tale la malia di lei. Maschi e femmine assorbivano la bellezza trasparente della Donna Senza Nome.
Le donne la guardavano e imparavano l’amore e la libertà, gli uomini si facevano saggi. Entrambi imparavano il silenzio: la lingua muta accendeva luce nei loro occhi così il cuore pompava un sangue nuovo che pullulava di umanità felice, sazia generosa e gentile.
Chi aveva avuto la fortuna di vederla non poteva trattenersi dal fare l’amore. Così nascevano molti figli accesi alla vita dal caldo cuore di lei. Perfino alberi e frutti mettevano i loro semi sotto le unghie delle donne, fra le pieghe delle gonne e si lasciavano trasportare dove mai avrebbero potuto arrivare. Così piante meravigliose nascevano chissà come, in luoghi inaspettati.
Qualcosa accadde a pungere la bellezza di lei. Qualcosa accade sempre a fare caos per mantenere viva la vita e lo fa a modo suo e infine, un tramonto fu diverso dagli altri.
Cominciò con un tremolio sottile sotto il velo del bosco, poi con il frusciare dell’erba che elettrizzata, fremeva. Pezzi di corteccia cadevano sfogliandosi e lottando fra loro in un vortice di vento sconosciuto. Aria fredda usciva dalle crepe che si aprivano nel terreno. I sassi e la polvere si accumulavano obbedendo a un non si sa cosa che premeva da sotto fino a formare tumuli e montagnole. Un cucuzzolo più grosso degli altri attirava la sua attenzione e lei, curiosa, guardava quel nuovo accadere quando lui all’improvviso e con un enorme boato emerse dal centro del mondo di sotto scuotendosi radici e pelli di topo di dosso. Si parò davanti a lei con un sorriso ampio e sicuro e senza un suono, mai aveva parlato, la invase e le fu dentro alla velocità del fulmine come quando si apre il cielo oscurando le stelle.
Lui e lei dondolavano l’uno dentro l’altro cantilenando il loro respiro come solo quelli che, persi in uno spazio enorme e assurdo, non hanno più gambe né occhi né niente.
La loro danza è cominciata così, lenta e lunga.
Nel lungo tempo del loro amplesso, lei si è impregnata di buio e nero facendosi velluto mentre lui si faceva bacio e lei bocca. Entrambi videro giungere da lontano i capelli dorati del Figlio del Canto che si stava formando e che cresceva in loro. Videro i suoi occhi grigio verde, la sua bocca bella, i denti bianchi e forti. A poco a poco Chir diventava grande, guerriero con i denti di luna e le pupille di mare, ascoltava con orecchie gigantesche il suono delle stelle e il canto d’amore di suo padre e di sua madre.
Accavallati, perso anche l’ultimo strato di pelle, fluttuavano insieme finché Chir non decise di nascere. Non è il tempo di una gravidanza di cui narro ma del futuro che ognuno conosce fino a quando il tempo non comincia a stropicciarsi mettendo pieghe sul presente e sul passato.
Lui e lei gli fecero spazio, separandosi, così lui poté venire al mondo.
Lei era diventata così ampia e lui così cavo che la loro immensità annullava ogni confine. Lui e lei erano senza più forma e pur sfiorandosi in ogni cellula, erano ormai privi di peso e, una volta staccati, non poterono toccarono mai più.
Lui divenne un temporale. Lei ricoperta di conchiglie e rami di pino, rimase viva ma ferma come una statua di pietra.
Restò dov’era per lunghissimi anni finché …: «Ma tohh guarda, bella questa! Bellishsimah questa statua. Pare wiwa», disse il mozzo e così venne presa dai pirati per farne bottino.
Caricata su una nave, avvolta dalle alghe raccolte dal mozzo figlio delle formiche, venne messa nella stiva di una nave panciuta e puzzolente.
Nel viaggio in mezzo al mare, una notte, onde alte come montagne scossero le assi fino a spezzarle. Un fulmine enorme color zafferano aprì in due la barcarola squarciandola fino alla stiva, così lei poté scivolare sul fondo del mare elegante come una sposa nel suo vestito d’alghe. Tutti morirono salvo il mozzo che aggrappato a una trave a forma di mondo, giunse a terra dopo mesi e mesi di balia. Giurava di avere visto un volto d’uomo disegnarsi nel fulmine al momento della tempesta. Spergiurava di essere sopravvissuto perché era stato allattato dalle stelle. «Un canthoo mi ha tenuto in wita – raccontava – una vhoce dawa ritmo al mio cuore quando stava per fermarshi e capelli mmorbhidi come il wellutho mi riparavano dhal freddoh della nhotthe».
«Ah, ecco il mozzo pazzo – bande di dementi lo provocavano– dai, divertiamoci! Tiriamogli delle pietre e vediamo se per una volta si decide a dirci la verità o se continua a straparlare! Diamogli addosso!!».
Un giorno le pietre lanciate con prode cattiveria e ottima mira, presero a volargli intorno senza colpirlo e, in una danza mai vista prima, gli fecero prima scudo e poi vela che gonfiata di un vento puntuto come milioni di spilli, lo alzarono da terra fino a farlo sparire nell’alto del cielo.
Di questo miracolo nessuno ha mai parlato, non certo loro che lo avevano visto, per timore di venire presi a sassate a loro volta da chi non crede ai miracoli.
Lei intatta nel suo vestito d’alghe è arrivata fino a qui a Ischia e l’hanno messa in una bacheca da santa per dare occasione di festa e fare delle belle processioni, ma la sua vita, il suo viso è rimasto nelle onde.
L’ho visto sotto al mare e poi riflesso nel sole coperto dalle nuvole. L’hanno visto anche delle bambine che ne hanno impastato il volto con la sabbia facendole capelli come marosi.

Chi l’ha trovata, l’ha chiamata Restituta, la donna che viene da lontano.

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