“Le novelle di Olivia. Storie di un quotidiano fantastico” Novella 17 Bifolco

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Novella 17
Bifolco

La notte è tempo di storie che sul cuscino aprono le vele al vento.
Lei: «Vuoi chiacchierare?», lui. «Mhmm, sono in una città arancione con il cielo viola… mnotte… ».
Bella una città arancione con il cielo viola, pensa lei. “Ora ci vado anch’io”.

Alte mura del colore del tramonto estivo riflettono una luce surreale sul verde della campagna.
Prati con vaghe foreste in lontananza e lo scorrere di un ruscello.
Un rumore di pace quasi assordava il corpo di Bifolco, giunto lì per quel tipo di caso che si chiama destino. Bifolco viste le mura della città, si tolse lo schioppo dalle spalle e si appostò in cerca di prede. Un rapido volo di uccelli mosse alberi e foglie a colpi d’ala. Lui alzò la canna e sparò. Alcuni uccellini caddero morti ancor prima che le pallottole incominciassero a fendere l’aria. Caddero senza vita quasi ai suoi piedi.
Bifolco era sorpreso e inquieto. “Che strana cosa! La mira era giusta, sono sicuro ma nessun uccello è ferito. Eppure, sono qui, morti! Chissà, di spavento forse”.
Guardò e riguardò i corpi senza vita ma non trovò traccia di ferita.
“Ho sprecato pallettoni. Buono a sapersi che da queste parti per cacciare mi basta far vedere lo schioppo!”.
Allegro e soddisfatto riempì il suo paniere di vimini con le creature: le mise in ordine raccogliendo le ali aperte in modo da renderle ordinate, le coprì di foglie umide per mantenerne le carni. Si alzò e partì per andare in città a vendere il suo bottino.
Le mura della città si aprirono in un grande varco, nessuna guardia a chiedere il lasciapassare, solo una scritta sullo stipite: Benvenuto, lo accolse.
La città era viva. Gente alta, esile e snella, vestita solo di leggero lino, veloce ed elegante nei movimenti si muoveva nelle vie.
Bifolco improvvisamente avvertì il suo corpo pesante. La sua pancia sporgente e grassa non trovava simili fra quelle pietre arancioni. Anche i suoi vestiti, braghe di cuoio e camicia di lana grezza, improvvisamente gli ferivano la pelle e il naso con un odore pungente mai avvertito prima.
Si guardava intorno, cercando un posto dove esporre la sua mercanzia.
In un angolo, all’incrocio di tre vie, si accucciò e cominciò a imbonire i passanti: «Uccellini da spiedoooo! Freeeschi freschiii! Appena cacciati… che buona cena per i vostri bambini e la vostra famiglia!!».
Cantava la sua nenia, si alzava tentando di fermare qualcuno e di invogliarlo all’acquisto. Nulla. Nessuna reazione. Anzi, a mano a mano, che le ore scorrevano, Bifolco si accorgeva di avere un vuoto intorno a sé. Le vie al suo arrivo erano affollate ma ora erano semi deserte. Solo passi frettolosi e teste basse gli passavano davanti senza uno sguardo. Bifolco era sconcertato, in altri mercati la sua carne sarebbe volata via al prezzo da lui deciso in poche ore. Seduto, alzò gli occhi e lo sguardo gli cadde verso l’alto. Non si era accorto degli alberi svettanti, dei cespugli di fiori, delle case arancioni ricoperte da rampicati ed erbe odorose. Ancora una volta il suo odore gli ferì le narici. Preso da un impulso si alzò, il fucile sulle spalle e il cestino ancora zeppo in mano. Alzò i tacchi e, valicato il portone di accesso, si trovò di nuovo in campagna. I piedi lo portarono là, alla radura della caccia.
Bifolco era stordito, confuso. Per la prima volta nella sua vita un ronzio pesante gli riempiva le orecchie rendendogli molli le gambe. Si sedette, non aveva nemmeno fame, non si apprestò a raccogliere rami per il fuoco di cottura.

Guardò gli uccelli senza ferite e pianse.

Lacrime grosse come nuvole gli colavano sulla faccia e sulle braghe. Non aveva mai pianto, Bifolco. Era nuovo per lui il gusto salato che gli apriva la bocca. Le spalle, il petto e tutto in lui sussultava, agitato come da un terremoto interno.
«Ma di cosa sono morti questi uccelli?», gemeva. «Che fine hanno fatto le mie pallottole?».
D’improvviso, come d’incanto, le pallottole, come se fossero state chiamate a rapporto, cominciarono a sciamare intorno a lui e fischiando nell’aria, presero la forma di un grande uccello con le ali aperte. Lui ne intendeva il linguaggio muto e silenzioso.
“Guarda! Gli uccelli sono morti ma non sono senza vita. Guarda!”.
Agitando le ali, il piombo dei pallettoni creò un vento potente che scosse le ali degli uccellini. A uno a uno cominciarono a fremere e a muoversi. Si misero tutti sul bordo del cestino come in attesa. Le pallottole d’improvviso si misero a vorticare veloci raccolte in un unico punto. Il rumore era assordante finn frinn shht shah. Cozzavano l’una contro l’altra senza perderne la direzione né l’ordine. Un solo enorme punto nero tempestoso agitava l’aria e le orecchie finché…

BANG

Un suono enorme simile a quello di mille fucili che sparano all’unisono, fece vibrare l’aria e sollevare in volo gli uccellini.
E poi silenzio.
Il silenzio immane si fece ancor più pesante del suono assordante di poco prima. Bifolco tremava come una foglia. Tutto in lui era fragile, si pisciò addosso piangendo forte come mai avrebbe pensato di potere. Le lacrime lo accecavano e correvano veloci sotto i suoi piedi, inabissandosi nella terra.
Ore, notte e giorno e poi ancora alba e tramonto, videro Bifolco seduto immobile dove stava.
Una lieve farfalla si posò sulla punta del suo naso e con le sue ali leggere gli fece aprire gli occhi ormai incollati. Lui si alzò vacillando e lentamente, come una lumaca, tornò sui suoi passi, alla porta della città arancione con il cielo viola. A mani vuote attraversò il portone. Benvenuto. La gente era come la ricordava, alta, esile e snella, vestita solo di leggero lino, veloce ed elegante nei movimenti, si muoveva nelle vie.
Chiese a ogni angolo di strada se qualcuno avesse bisogno di un aiuto perché Bifolco voleva lavorare.
Seduto allo stesso incrocio dove era stato, sollevò lo sguardo e vide meglio ciò che a mala pena aveva intravisto alla sua prima visita. Le case ricoperte da rampicanti ospitavano nidi pullulanti di uccelli variopinti. Su ogni pianta crescevano altre piante. Una tempesta di frutti e castelli di foglie e fiori dalle radici penzolanti, mandavano una fragranza sottile nell’aria. Ogni foglia aveva occhi e sbrilluccicava alla luce violetta di quel sole color lavanda.
La meraviglia riempiva gli occhi di Bifolco.
«Ho sentito che stai cercando un lavoro».
«Sì».
«Io sono il ciabattino della città e ho bisogno di un apprendista in bottega, vieni?».
«Sì».
Bifolco cominciò a tessere suole di corteccia, stringhe di foglie fibrose, tomaie fatte con i petali di mille colori essiccati e rollati fino a farne tessuti morbidi e resistenti. Scarpe meravigliose uscivano dalle sue mani che via via perdevano la loro rozzezza. Anche il corpo si fece esile, la pancia perduta lasciava la sua schiena raddrizzarsi e farsi alta.

Anni, se così li vogliamo chiamare fecero di Bifolco un uomo alto e snello, bello ed elegante nei tratti.
Un giorno stava tessendo una tela di fiori viola e arancioni con punte di giallo. Il giallo era un colore prezioso e raro in quella città. Concentrato solo sull’armonia della mescola, era assente al mondo. Chiudeva e apriva gli occhi solo per controllare che quel che vedeva dentro, si riproducesse nel tessuto. A un battito di ciglia, Bifolco scorse dinanzi a sé dei piedi nudi. Bellissimi. Una tela bianca con spruzzi di giallo svolazzava davanti ai suoi occhi. Gli ricordava l’effetto del sole di un antico suo mondo che, al levarsi, riempiva tutto di colori. Incantato osservò quei piedi e il fluttuare del lino leggero che sembrava raccogliere i raggi della luce. Bifolco alzò il viso e un paio d’occhi neri e profondi incatenarono il suo sguardo e lui non poté da allora, mai più staccarsi dalla luce che brillava in fondo a quei pozzi d’anima. In quell’attimo vide se stesso, le sue mille meravigliose scarpe e quelle che ancora non aveva fatto. Vide lei, bella senza tempo. Se ne innamorò e per lei inventò i tacchi.
La sua anima si era saldata a quella di Bea velocemente, come solo le anime sanno fare. Nei suoi occhi pieni di cuore Bifolco conobbe riposo e amore, tanto, come a piovere sul terreno secco in una calda giornata d’agosto.
Non si lasciarono mai, mai più perché, Bifolco lo aveva imparato a suon di lacrime, neanche la morte ferma la vita.

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Grazie da Olivia

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