La tenerezza. Un sogno

La tenerezza nell’amore è un fiume carsico.
Acqua che inabissandosi nel terreno, scava e scioglie le rocce per poi riemergere in nuova sorgente.

Il sogno
E successo molto tempo fa.
Diciotto anni, per l’esattezza.
Da tempo fantasticavo un’avventura. Volevo provare a dormire in tenda, nella natura. Mai lo avevo fatto. Ho strappato il mio primo lungo viaggio al tempo della vita con tre figli e otto ore di avvocatura in azienda.
Ho telefonato a Kel 12 dicendo cosa stavo cercando di sperimentare.
“Abbiamo ancora posto per un 21giorni nel deserto algerino”. Dice la signorina
“Va bene, pensa vada bene per me?” Chiedo.
Chiedo sempre, fidandomi più di chi mi è davanti l’ultimo minuto della vita piuttosto che di me medesima, che ancora nonostante anni di convivenza, non mi conosco abbastanza.
“Ah, sì! E’ un bellissimo viaggio, vada … vada. Si fidi.”.
“Ok perfetto!” Prenoto.
Preparo lo zaino più assurdo e sbagliato che potevo, quello che avrebbe cambiato per sempre il mio modo di “fare zaino”. Un sacco a pelo estivo, una coperta termica di quelle argento e oro, magliette felpe e giacchette antivento tipo primavera. Nulla di caldo, salvo una camicia a scacchi. Nulla da mettere sotto al sacco a pelo. L’idea che il deserto fosse un luogo caldo faceva parte della mia fantasia, come la verità dei fumetti.
Volevo avventura? Volevo sperimentare?
Mi ero servita un piatto perfetto.
Arrivo a Tamanrasset.
La ricordo bene. Le sue strade polverose. Le persone alte, la loro pelle nera e blu, elegantissime nei movimenti. Le donne colorate i bambini dappertutto. Gli odori di terra, cibo. Il profumo del vento secco. Il cielo azzurro.
Sin da subito mi sono sentita come se fossi un pescetto precipitato da un acquario direttamente nel mare.
Tutto era enorme intorno a me. La vastità non aveva confini. La jeep correndo su piste sempre più labili, apriva panorami così profondi e luci nette, che mai avevo visti prima. Tutto era nuovo, asciutto, ancestrale. I tramonti mi accadevano addosso. Non è che li guardi i tramonti africani: sono come una sorta di vestito che ti viene infilato da mani sapienti sulla pelle. Il calar del sole mi precipitava dalla testa ai piedi in un unico gesto del quale, giorno per giorno, imparavo il tempo. Fermarsi, guardare, stare, respirare i colori cambiare. L’azzurro bucato dal rosso che si faceva infuocato per poi sfumare nel rosa, nell’arancione e nel viola profondo fino al nero. Buio pesto in un attimo e per un solo attimo fino al momento che le stelle, calcate sulla testa come un cappello di metallo cominciavano a illuminare.
Così comincia la notte. Quando guardi il cielo del deserto, ti accorgi che qualche cosa ruota, che le stelle non rimangono ferme sopra le dune. Nel tempo fra un boccone e l’altro, di queste cene gelide intente a proteggere il cibo dalla sabbia portata dal vento, il cielo sopra di te si sposta. Dopo poche notti avevo imparato a sentire la velocità sotto i miei piedi. Vedevo il cielo rimanere fermo e sentivo che era la terra a muoversi ruotando su un perno invisibile come fosse un ottovolante. Ricordo bene quel tipo di vertigine che viene dal movimento ma più ancora da un pensiero radicato che si sfalda. Un piccolo vuoto al centro dello stomaco ti dice che non sei più quella di prima. Sorridevo di queste scoperte desiderando delle cinture di sicurezza con cui legarmi per evitare che in un brusco e imprevisto cambiamento di direzione, che ne so, un inciampo del pianeta nella sua strada di cielo, io potessi essere sbalzata fuori dalla terra.
Il viaggio.
La Jeep correva fra pietre e cielo. Montagne in lontananza. Ci sarebbero voluti giorni per raggiungerle. La distanza in deserto è un concetto che va rivisto. Pare tutto piatto e vicino, la trasparenza dell’aria fa tutto a portata di mano, ma così non è. Mi sono persa in 150 metri, disorientata fino al panico fra una duna e l’altra. Sono venuti a riprendermi intimandomi di non allontanarmi mai più.
Le notti.
In tenda sentivo tutto. Il vento che alzava i granelli di sabbia, facendo un rumore del tutto particolare, tic tic tic, shffiiinnn come di qualcosa che si infila sotto alla tenda perché tu possa tenergli tieni caldo.
“Dio cos’è ..? Bisce? Gerbilli? e se buca la tenda?”
Il freddo da gelare l’acqua, il silenzio carnale. Come descriverlo? Il silenzio diventa una seconda pelle. E’ così vicino che ti sfiora ti si infila nelle orecchie e le fa vibrare di struscii e acufeni nuovi. Sentivo la pelle ritrarsi al suo suono farsi tesa, in-difesa, attenta. Nel silenzio del deserto di notte c’è un boato pronto ad esplodere e io attendevo tutta la notte che l’alba se lo portasse via.
Le notti in deserto hanno un che di iniziatico. Ascolti il tutto che si fa nulla, il rumore interno del tuo stesso corpo ti sorprende con clangori, battiti, piccoli tonfi, quasi che il sangue nel suo scorrere sulle pareti delle vene diventasse il rumore di un fiume fra le rocce.
Le nostre tende sparse a caso nel glorioso momento dell’arrivo: “Io mi metto qui!”, “Fatti più in là! Tu russi come un dannato nell’inferno” creavano ogni sera una città diversa secondo la fantasia di ognuno di noi. Una villa qui, un maniero là, la casa di casa. Le case tenda che parevano vicine alla luce del crepuscolo, venivano allontanate di miglia e miglia al calar della sera. Le stelle precipitavano a terra separando di vie galattiche un picchetto e l’altro, un guscio di tela da quello del più vicino. La distanza poi, oltre una certa ora della notte era nel tempo e non più nello spazio. Come se chi, chiuso nel suo medioevo, non fosse lontanamente raggiungibile da chi, in Atlantide, stava vivendo il suo sogno.
Così una notte, ho sognato.
Un sogno che mi ha cambiato la vita.
Io, in piedi in uno spazio nebuloso. Mio padre davanti a me cammina piano. Siamo di fronte. Che gioia vederlo! Il suo passo cadenzato, lento e sicuro. Mette un piede davanti all’altro. Gli sorrido senza muovermi. Gli voglio dire qualcosa ma non mi esce la voce. C’è qualche cosa di strano. Il suo incedere verso di me è ineluttabile. La sua espressione non cambia davanti a me. Non rallenta. Mi è prossimo, un metro forse e poi anche di meno. Mi esce un fiato finalmente: “Papà, fermati!” Un passo ancora. “Papà …. NOOO … non andare via! Papààààà!! Papà! Non ho ancora imparato la tua tenerezzaaaa … Papà! Non hai finito il tuo lavoro con me!”.
Lui è davanti al mio naso, quasi dentro i miei occhi. Una densità umida mi pervade e mi attraversa. Scompare.

Mi sveglio spezzata, il corpo come un macchinario appeso all’anima. Non capisco nulla.
L’incomprensione fa uno strano rumore sapete? Come di una radio mal sintonizzata. Disfo la tenda per ultima. Ero sempre l’ultima veramente, sogno o non sogno. Mi aiutano con quel tipo di pazienza rimproverante che mi fa sentire un po’ inetta un po’ regina.
Salgo in macchina. Il sogno è lì. Non è andato via. Mio padre sì.
Piango tutto il giorno e anche quello dopo. I miei compagni di viaggio hanno il talento di lasciarmi stare, di non cercare di consolarmi.
Viaggio piangendo con un occhio nel deserto e uno nel sogno.
Di lì a pochi mesi mio padre morirà.
Lo rivedrò al mio rientro dall’Algeria. Verrà a Verona un paio di giorni a trovarmi per poi ripartire verso casa sua e la sera stessa morire.

E’ da allora che sono diventata una cacciatrice di tenerezza.
E’ da quel sogno che ci giro intorno.
I veri lasciti sono le cose incompiute, le loro parti mancanti.

Perché questo scritto?
Perché chi ti ha insegnato la tenerezza occupa per sempre il luogo nel corpo e nel sentimento che ha toccato. Il maestro, o la maestra, della tua tenerezza, ne sono diventati inconsapevoli matrici cesellando la forma di ogni suo futuro e ciò da cui per la durata dell’intera vita, per tenerezza, andrà in via di somiglianza e necessaria sostituzione.
Perché la conquista della libertà del benessere emozionale, della felicità, è un lungo cammino. Essere se stessi nelle emozioni comporta il salto quantico del passaggio dal bambino all’adulto. Non è un fatto psicologico ne animico ma si tratta del passaggio da essere primitivo, bestiale, a essere umano.
Perché se è vero che è difficile liberarsi dai legacci di ciò che ci ha fatto soffrire, svalutato, offeso o altro, è ancor più vero che è più difficile ancora liberarsi dai legacci d’amore o di ciò che abbiamo creduto tale.
Perché dallo scioglimento del gioco delle proiezioni e delle sostituzioni affettive, consegue la possibilità di vivere dei rapporti di autentico rispetto all’interno dei quali l’altro è ciò che è e non ciò cui rimanda.
Perché i sentimenti indifesi, fra i quali la tenerezza, sono quelli che hanno delineato il territorio delle prime dolorosissime ferite emozionali e l’ergersi delle invisibili barriere allo scambio che ancora oggi condizionano.
Perché entro i confini di quei territori il bisogno di tenerezza, per qualcuno, ha operato lo scambio con ciò che tenerezza non era.

Ombra di futuro
La tenerezza viene da lontano, sa di eternità, di ampiezza. Ha un che di sacro e devozionale. E’ un sentimento atavico ma ha il sè l’ombra del futuro del nostro modo di vivere gli affetti. Ha odori che dicono la sua qualità. La sua presenza mette in luce una parte autentica di noi e dell’altro, un qualcosa che ci fa stare nella relazione in modo rilassato, morbido, come un maglione sformato.
La tenerezza viene da lontano. Dal nostro lontano, dal tempo della nascita e contemporaneamente dal lontano delle caverne, dove sopravvivere era un atto d’amore ricevuto. Siamo nati inermi, bisognosi di tutto. Totalmente confluenti, persi e confusi in chi, a modo suo, ha provveduto a noi. Le immagini odorose, talco, il morbido di un neonato o di un cucciolo, riportano a quanto in noi è appena nato.
L’essere teneri, l’avere scarsa resistenza alla pressione, al taglio, alla manipolazione, alla masticazione, dice di un’umanità senza forma, non indurita, non ben individuata. Il neonato, ancora sepolto sotto le ampie coltri del suo cielo di nascita, non ha ancora sviluppato appieno il suo carattere, le sue strutture difensive, le sue reazioni. E’ tenero, pieno d’anima e poco di carattere. E’ fragile.

Ho vissuto le nascite dei miei figli in modo epico come grandi eventi del mio corpo e dei miei sentimenti. Il parto è il più grande dono di umiltà che io abbia ricevuto e ne sono ancora profondamente grata.
Guardavo i miei bambini neonati con lo sguardo appannato e lucido di chi ha appena ricevuto una cosa enorme. Mi imprimevo negli occhi la forma del loro viso, il loro odore. Ancora oggi posso presentificare quei momenti. Li ho accarezzati quella prima volta sussurrando con gli occhi: “Non temere, sono io. Ci conosciamo già” e da quel momento è iniziato il canto: “Vai bambino mio, entra nella vita. Io sono dietro di te”
E’ che ad un certo punto della vita, con i figli , le frasi “Vai” e “Ti proteggo” diventano antitetiche e il linguaggio della tenerezza nel corpo è bene lasci il posto a solo “Vai!”.

Il lungo canale
La tenerezza è uno spazio di relazione, una espressione del “volere bene” che si attiva di fronte alla fragilità e al bisogno altrui. E’ proteggere, aiutare soccorrere.
La tenerezza è un sentimento dell’origine.
Ognuno di noi è “nato di donna”. Da lì veniamo tutti, dalla madre. Dal lungo canale. Dalla luce del seme. Dall’intenzione della vita ancor prima che da quella di chi ci ha portati in ventre. La tenerezza era prima? All’interno del corpo di nostra madre? E’ stata dopo? Nel primo latte? Nella coperta a proteggerci dal freddo? Ogni cosa si fa memoria nel campo della tenerezza. Le sue radici sono legate al passato. I suoi fiori, o l’aridità di quel terreno, sono ciò che siamo oggi. Noi, da nuovi nati, informi e fragili, certamente eravamo gustosi e teneri. Non necessariamente lo sono state le braccia di chi ci ha raccolti sull’orlo dell’abisso della vita.

Aprirsi all’incertezza
La tenerezza è condizione di affrancamento, è lo spazio in cui si sente il soffio del vento della libertà interiore. L’essere teneri, molli, elastici, duttili permette di cambiare forma e ogni cambiamento profondo apre le porte all’incertezza di non essere più chi siamo stati e non essere ancora chi saremo. L’abbattersi delle resistenze, ovvero delle immateriali difese dell’io insano, permette al plasma della tenerezza di nutrire l’io sano, il “chi sono veramente”, la propria qualità più intima. La tenerezza è il legnetto che permette di riaccende quella scintilla d’amore che, sfregata nel mezzo di un fiume di concause, genitori, nazione e tempo, ci ricordano il “sì” cosmico e fattuale della nostra venuta al mondo. Ecco come e perché la tenerezza permette un cambiamento di stato. Ne è il suo habitat. Il suo permeare la pelle, ammorbidirla, concede la vera e profonda libertà di espressione del sé. Le sensazioni di scioglimento e di dolcezza che fondono, sgrovigliano, affrancano, rilassano, slegano, sollevano, liberano e disperdono accompagnano la tenerezza, e ci fanno porosi. Sgretolano la roccia, lasciano franare le emozioni e scorrere lacrime di commozione.
Ho questa immagine davanti agli occhi.
Sono al centro di una montagna fiocamente illuminata. Al termine delle rotaie. Scendo da carrellino da minatori. Ho in mano una vanga. Comincio a spalare quel che è intorno. Carico il carrellino di detriti misti a pietre colorate, cuspidi, conchiglie, ossa fuse che il tempo e la pressione hanno trasformato in coralli e cristalli. Carico tutto. Risalgo sul carrellino e mi avvio verso fuori dove c’è la luce del giorno.
La tenerezza è un veicolo, un carrello. Entra e porta fuori.

Libertà dal malvagio
L’innocenza, una delle profonde qualità della tenerezza, nel suo significato più comune è mancanza di colpa. L’ingenuità di chi non conosce ancora il male ne’ lo presagisce. Si dice innocente di chi ha agito senza consapevolezza delle conseguenze dei suoi atti. Il candore è la sua luce. Tale luminosità è priva del brutto, del cattivo e del perturbante. Innocenza non pertiene alla malvagità non perché ne è il contrario ma perché ne è agli antipodi, esattamente come lo è un ipotetico abitante di una terra australe diametralmente opposta alla terra conosciuta.
L’innocenza non è però solo questo. Nella sua etimologia antica, significa anche essere senza censo, ovvero privi del lignaggio familiare e del possedimento di ricchezze. Innocenza è quindi non avere quel tipo di nobiltà, quel modo di essere illustri che viene per via di eredità di sangue e di beni patrimoniali. Nel percorso d’anima l’innocenza, la perdita del censo, è una liberazione conquistata. Il liberarsi dalle bretelle ereditarie, economiche e molecolari, non è un dono dell’età piccola e preadolescenziale bensì è una conquista della maturità e della vecchiaia. L’innocenza spirituale è maturata sull’essicatoio della vita. La liberazione è una delle promesse della tenerezza.

Boccioli
Tenerezza è tutto ciò che sta (forse) molto prima e poi, dopo (forse) al sesso. È il suo alfabeto ma non il suo racconto. La tenerezza non conosce la malizia e se la adombra il suo territorio si inquina. Non sono della tenerezza i picchi e le discese ardite della sessualità. Il sentimento della tenerezza si esprime senza scosse, entra piano e lascia pianissimo. La sua temperatura è un calore senza eccessi. La tenerezza è sensuale senza essere sessuale. La tenerezza non ha orgasmi, non ha del fiore l’aspetto sgargiante. La tenerezza, origina dal verbo tenere, ma di quel verbo le manca la stretta. Essa tiene, non trattiene. Sostiene, non mantiene in suo possesso. Coglie, non afferra. Arresta, senza fermare. La tenerezza tiene parte ma senza schierarsi.
Ricordo i miei incubi notturni di bambina. Ricordo il terrore dei miei sogni. Le immagini di cantine terrificanti, le scale a solo scendere, le porte socchiuse e poi chiuse di schianto a bloccare ogni risalita. Ricordo il mio prendere tutto il coraggio, buttare fuori i piedini dal letto e trascinarmi fino alla stanza dei miei genitori in cerca di consolazione. Mio papà si alzava e veniva nel mio letto. Stava con me finché non mi addormentavo. Al risveglio non lo trovavo più ma conservavo la memoria del suo calore. Avere sentito la sua protezione mi faceva entrare nella giornata senza paura.
La mattina del mio matrimonio, molto presto, papà è venuto a prendersi l’ultima fetta di sonno mattutino nel mio letto. Ricordo con nitidezza il mio sentimento. Un vago imbarazzo. La commozione per la sua presenza. La gratitudine per il suo essere lì a salutare il mio nubilato. Ricordo che avrei voluto fermare il tempo,. Sentivo gli occhi punti da un velo di lacrime nel desiderio di voler rimanere in quella nota sicurezza per sempre. Ricordo anche la nostalgia per la futura mancanza di quel calore così speciale. Ricordo con chiarezza la consapevolezza che, dal mio futuro marito, non avrei avuto nulla di simile. Ricordo anche il fugace pensiero, subito sepolto sotto l’abito da sposa, che forse ero ancora in tempo a non presentarmi in chiesa.
Più avanti nella giornata, dopo avermi accompagnata davanti all’altare al suono della marcia nuziale, ricordo la sua carezza a mano piena su tutta la mia faccia e la sua voce alta e priva di timidezza: “Sii felice”, mi ha detto e questo, più che un’esortazione mi era suonato un comando. Voltandogli le spalle mi sono messa a fianco del mio sposo e, sulla felicità, ho fatto del mio meglio. Lo giuro.

Nudi nell’amore
La tenerezza è dell’amore la parte più sensibile, più spogliata.
E’ anche la più generosa perché ama il brutto e sa come trasformare il difetto in trofeo, commuovendosene. E’ presenza in distanza. Intuizione profonda di quel che l’altro sente sentendolo a nostra volta, più o meno. Per questo il suo luogo di elezione nel corpo è la pelle. Poi le mani e il cuore immateriale. Il brivido ne è messaggero e la nudità e nei sentimenti. Lo sguardo e il tocco sono i suoi sensi elettivi, la carezza, la piccola lacrima e l’abbraccio ne sono strumenti. La cura, l’accudimento e il conforto i risultati.
Nel caldo abbraccio di uno sguardo appena posato, ti guardo mentre ti liberi dai tuoi pesi, dai tuoi dolori. Di questo posso dirti ,con questo posso compassionarti, commuovendomi.
Neonati, bambini, cuccioli, animali, anziani in coppia e nonni sono i suoi protagonisti.

Ecco ho finito, così mi pare almeno per ora.
Ringrazio moltissimo  tutti quanti su FB avete risposto alla mia richiesta di scrivere cosa sentivano sulla tenerezza.
Ho cercato di cogliere il senso e le immagini delle vostre parole. Non avrei potuto scrivere così come ho fatto, senza il vostro aiuto.

Olivia Flaim

L’asfalto bagnato di San Pantaleo.
I colori tenui, sfumati, la luce del tramonto rifessa sull’asfalto grigio e il cielo specchiato nelle pozzanghere, mi dicono molto della tenerezza.
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