Invito alla preghiera

Invito alla conquista di un luogo interiore dove il discutere di spiritualità non si confonda con il discutere di religione e dove il desiderio naturale e istintivo della fede non cada nel dogmatismo.
Invito a credere, ad avere semplicemente fede e non una fede, ad abbandonare il comodo posteggio delle pratiche religiose e delle liturgie canoniche proprie di ogni confessione in tutto il mondo.
Invito a coltivare la forza del sentire e la curiosità usando l’eterna scontentezza di chi, nonostante i supermercati sempre aperti, non ha ancora smesso di avere fame e sete. Invito a pregare cantando la fede come i filosofi, spulciando testi e contando i valori numerici delle lettere ebraiche a caccia di illuminanti connessioni, ma anche ad assumere l’atteggiamento del cuciniere che rimesta la minestra nell’uni-verso, o quello dell’osservatore che rivolge isuoi occhi all’esterno, dove vento, erba e mare cantano.

Può capitare di dover superare un leggero senso di blasfemia che coglie spesso quando si fa della fede e della preghiera un atto e un comportamento privato, personale e libero da istruzioni d’uso. Può non essere facile riappropriarsi della gioia piena, quando ci si mette a pregare. Sono molte le immagini depositate dietro i nostri occhi di sante ieratiche e sempre-vergini o martiri estatici e trafitti. Da questa parte del mondo, martirio e sofferenza hanno sempre fatto più proseliti che la felicità.
Ridere e giocare non è blasfemo.
Invito a uscire e a sfuggire dal richiamo di una santa tristezza depressiva e a liberarsi dalle immagini che, come preconcetti, soffocano la nostra risata. Come se un uomo o una donna felice abbia al suo arco meno frecce per glorificare la vita e chi se l’è inventata!

Invito a riappropriarsi della preghiera come un ineludibile diritto dell’essere umano a un rapporto con ciò che è sentito divino e maggiore di noi, indipendentemente dalle regole e dai dogmi che secoli di storia hanno stratificato.
Invito a recuperare la preghiera in una chiave esperienziale e non istituzionalmente religiosa.
Invito a pregare giocando come bambini felici, a travestirsi per recitare un salmo come se fosse una piéce di teatro, liberi di cantarlo come viene e di spostare le sue parole come più piace.
Invito a prendere confidenza con un nuovo senso della devozione che non escluda i salmi imprecatori, a stento riconosciuti come preghiera solo perché questa è intesa unicamente come espressione di benevolenza, carità e amore.

I salmi usano anche l’invettiva e l’improperio e se a qualcuno, nella storia del pensiero teologico, questo è sembrato privo di senso civico, se non del tutto immorale e quindi socialmente pericoloso, a me no. Certamente non più. Il fatto che il linguaggio di una preghiera possa dare voce anche a sentimenti d’ira, turbamento e desiderio di vendetta, è ricco di valore esperienziale, visto che ci è capitato di arrabbiarci e di dire parolacce.

Invito a prendere contatto con la violenza che ci scorre sottopelle, forte come l’amore, senza negarla, anzi cogliendo l’opportunità di un salmo per dirla e, affidandola alle sue parole, lasciarla esprimere. Invito a fare esperienza della preghiera celebrativa e del canto di lode come semplici momenti felici del sentimento personale, non come un’aspirazione a una permanente condizione dell’esistenza. È improponibile.

Questo modo di intendere la preghiera è un vero e proprio esercizio di dimestichezza con i sentimenti, soprattutto quelli scomodi e socialmente riprovati per i quali, nella nostra cultura odierna, non vi è posto se non quello della negazione e della rimozione.
Pregare i salmi con tutte le loro parole senza escluderne nessuna, dirli, leggerli, commentarli, recitarli a memoria, cantarli e suonarli è un modo della trasformazione personale che acuisce il senso della vita. E se intendiamo il termine senso come ciò che ci permette di raccogliere gli stimoli esterni, suono/udito, tatto/ tocco, cibo/gusto, il senso della vita è ciò che attiva la capacità di vivere e di esistere intensificando emozioni, sentimenti e corpo.

Così, riconoscendo la pregabilità di ogni coloritura che l’anima umana può prendere, si può portare in superficie e finalmente far vivere ciò che normalmente rimane celato e misconosciuto generando sofferenza, contrasto esistenziale e liti condominiali a non finire.

Olivia Flaim. Abstract da “La danza di Davide. Dalla lettura dei salmi alle lettere del cosmo”.

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