Gli angeli e la preghiera. Ponti sull’al di là

Gli angeli sono la parte sovraumana dell’umanità

Ebraismo, cristianesimo e Islam, le tre comunità del Libro, i tre rami di un’unica e grande tradizione abramitica, condividono – oltre alla fede in un dio unico, trascendente, essente e inconoscibile – anche la tradizione degli angeli, che rimane un nesso di congiunzione fra mondi che solo apparentemente sono distanti.
La figura angelica ha una funzione vitale nel rapporto con la divinità, poiché l’angelo rappresenta sia la parte sensibile della natura divina e delle sue infinite qualità, sia la parte immateriale, animica, degli uomini.
All’interno di un pensiero filosofico su dio, struttura e mistica dell’angelologia rivestono un compito essenziale: la presenza dei corpi angelici consente, infatti, di sottrarre la rappresentazione di dio al nichilismo da un lato, e all’idolatria dall’altro.
Laddove, infatti, sia possibile dare di dio soltanto un’immagine per “ciò che dio non è”, rimanendo al contrario “ciò che dio è” totalmente al fuori della comprensione umana, il pensiero su dio, e l’immagine interiore che ne deriva, si dissolvono in pure e vuote astrazioni conducendo a un nulla cosmico impensabile e inagibile. Laddove invece si tenti un’affermazione positiva della natura del divino, si finisce per renderla simile all’umano e alle sue peculiarità, facendo dell’uomo la misura unica dell’universo, costruendo così l’immagine di dio a propria immagine e somiglianza.
Gli angeli contribuiscono ad affermare l’unicità dell’essere supremo nella molteplice espressione di se stesso. Essi sono parti di un unico tutto che si esprime in modi differenti, similmente a un corpo umano che, pur restando un intero, agisce diversamente attraverso i suoi organi. Mani, cuore, viscere, occhi e piedi esprimono funzioni diverse ma che insieme fanno Uno. Il dio nascosto e inintelligibile diventa quindi praticabile attraverso gli “organi” angelici, esattamente come un corpo realizza se stesso nelle sue azioni. In questo senso gli angeli sono la parte operativa della divinità.
Gli angeli non sono dio, né possono ricondursi all’umano. Essi sono un corpo speciale, entità autonome e spesso svolgono funzioni messianiche e rivelatrici, che a volte riguardano i singoli e a volte popoli interi. Gli angeli prestano il loro servizio come messaggeri e ci svelano, manifestandosi a noi, parti della natura di dio, offrendo il dono della profezia e dell’immaginazione creatrice. Soprattutto per la mistica sufi, entrambe – profezia e immaginazione – sono facoltà puramente spirituali, manifestazioni della divinità all’interno della struttura umana. Facoltà che riguardando la visione, non hanno nulla a che vedere con la fantasticheria, con la visualizzazione o  con le ordinarie sequenze del pensiero cosciente. La profezia si manifesta attraverso l’immaginazione, anche uditiva, e rende tangibile il “nuovo”, ovvero qualche cosa che esonda la realtà conosciuta e che racconta di un nuovo nesso causale fra eventi. Le facoltà spirituali spingono la persona a differenziare se stessa da tutto quello che essa “non è”.
L’umano, infatti, non è solo le sue azioni, le sue parole, le sue relazioni, ma è anche il suo “oriente”, il luogo dove sorge il suo Sole, la sua origine. C’è una parte di noi, una sorta di “resto”, che può essere chiamata anima e che non pertiene all’umanità densa e grossa intenta a riempire il mondo di attività brulicanti, auto, oggetti e altre materializzazioni di spiritualità, che in qualche modo ne fungono da sostituti.

Gli angeli abitano nel corpo sottile che avviluppa l’anima e che rivela ai prescelti la loro funzione esistenziale. Le loro parole intagliano la realtà facendo transitare le immagini e le parole, per esempio di un sogno, in una realtà tangibile.
Talvolta muti, essi donano ispirazione con la loro fiammeggiante luminosità e dicono, di noi stessi a noi stessi, quel che già siamo senza saperlo. Il loro compito è di fare da ponte fra la limitatezza umana e l’infinità del cosmo nella sua manifestazione.
Da sempre siamo alla ricerca di un modo per connetterci con l’energia creatrice, tentando di dare risposta al perché della vita e di trovare un senso al suo fluire al fine capirne l’intimo e assoluto messaggio. Cerchiamo aiuto, comprensione e, sfidando ogni limite mentale e percettivo, proviamo a cercare un contatto con ciò che, semplicemente, sentiamo soffiarci dentro, animandoci.
Il divino, l’assoluto, è per sua stessa definizione ineffabile, quasi irraggiungibile dalla mente e dal cuore umano. Lo si può conoscere solo attraverso le sue opere. Pianeti, stelle, fili d’erba, il mondo intero e perfino noi stessi, siamo rappresentazioni viventi della fantasia e dell’energia creatrice divina.
I nostri sensi, cinque, difficilmente riescono a elaborare ciò che si pone fuori da essi. I tentativi di trascenderli prevedono il loro superamento: tecniche di meditazione, alterazioni del ritmo di veglia, particolare cura dell’alimentazione e infine la preghiera stessa, sono metodi che cercano il confine fra la propria pelle interiore e il velo della divinità.
Alcune mistiche celebrano un “sesto senso”, quello del cuore metafisico e della fede, attraverso il quale ogni logica perde i suoi appigli e si lascia inondare dalla presenza d’Altro.
Gli angeli, creature intermedie fra dio e noi, si presentano come messaggeri, guide, consiglieri e correttori delle umane cose. Ci sono angeli demiurghi o creatori, angeli salvatori, angeli della correzione, angeli del soccorso: essi sono al contempo servitori della divinità e dell’umanità, nessi fra i mondi. Ogni figura angelica, ha caratteristiche proprie, compiti, talenti e specificità. Sono frazioni estese delle creature che abitano il pianeta e, allo stesso tempo, frazioni limitate di ciò che ci supera. La figura dell’angelo offre un possibile specchio per renderci visibile ciò che di immateriale ci circonda. Esso abita nella distanza e muove il velo che allo stesso tempo unisce e separa l’umano dal divino.

Nella tradizione ebraica la parola angelo, mal’ak, indica il messaggero, l’inviato. Il simbolismo delle lettere ebraiche, memlamed e caph, che formano la radice della parola, sono le grandi acque del cosmo, mem, dentro le quali ogni rinascita è possibile nel segno della misericordia. Lamed è lettera dell’insegnamento ed è collegata alle funzioni della bile ovvero a quanto di oscuro e di inconcepibile sia rinchiuso nella nostra memoria ancestrale. Caph è invece collegata alla capacità di “prendere” con mano aperta il messaggio che viene offerto. L’energia di questa parola parla dell’angelo come di una forza del rinnovamento attraverso la sollecitazione di quanto già si sa ma non si ricorda, di umiltà e accettazione. L’invocazione all’angelo è l’apertura all’ «Eccomi!» sempre possibile per ognuno di noi.
La tradizione lega le figure angeliche a pratiche di evocazione e preghiera. La conoscenza del Nome dell’ “angelo giusto” garantiva dominio sul mondo e sugli altri, successo e risoluzione di problemi. Ragione per cui la pratica mistica legata a queste forze è sempre stata mantenuta occulta e segreta. Solo persone pure e avanti con l’età potevano accedere a questa conoscenza.
Anche oggi c’è una rinnovata tendenza all’utilizzo della nominazione angelica per fini personali e pratici. C’è un angelo buono per ogni cosa, ma ciò che non viene tenuto nella giusta considerazione è che il lavoro sugli angeli è sostenuto solo dall’intima vibrazione che chi lo invoca riesce a produrre. Vibrazione che deve risultare affine a chi sia l’oggetto dell’invocazione. Come dire… puoi metterti in contatto con l’angelo… se diventi l’angelo.

Che dire poi delle richieste? Le domande di aiuto e soccorso che ognuno di noi pone all’al di là di se stesso spesso provengono da una visione limitata di ciò che ci fa bene.
Non vorremmo perdere il lavoro né l’amore, eppure non sappiamo su quale felice spiaggia le disgrazie della vita potranno condurci. Rimaniamo attaccati a ciò che di noi sappiamo già, rifiutando che il vento della vita ci rimescoli con altre vite, altre realtà.
Ed ecco che ci si domanda come fare per connettersi con quella parte della realtà angelica che rappresenta il nostro sé superiore, quello oltre le nostre limitate psicologie. Come attivare questa percezione?

Li si prega. Gli angeli vanno pregati.

A tale riguardo occorre abbandonare il preconcetto che si possa pregare solo se si è religiosi o fedeli a qualche confessione.
La preghiera funziona sempre poiché mette in campo la capacità di chiedere all’esterno ciò che in realtà è già presente dentro di noi come bisogno. La psiche, pregando, si allena a una visione e quando questa si affaccerà nella vita, la mente potrà riconoscerne l’essenza numinosa.
La preghiera è un atto carnale, della voce e del corpo. La voce, nel momento della preghiera, cerca il suo punto di profonda autenticità: forza, convinzione, determinazione e pathos ne costituiscono gli elementi, che però forse non sono necessari, poiché la vera richiesta parte dal cuore e non dalla mente. E il cuore, non conoscendo parole, esprime il suo vero bisogno nel linguaggio comprensibile agli angeli. Occorre sapersi lanciare oltre la cortina del ragionamento, delle parole, dei riti e delle nenie in uno spazio sconosciuto dove la nostra preghiera attecchirà come un seme e darà i suoi frutti.
La preghiera presuppone sempre una fede ma può tranquillamente prescindere dalla liturgia e dalla confessionalità. La fede viene prima di tutte le strutture e i sistemi, è il fondamento irrazionale e inalienabile di ognuno di noi. Non la si acquista a furia di devozioni, la si ha per grazia ricevuta. È per fede che siamo vivi, confidenti in modo assolutamente primitivo che non ci mancherà l’ossigeno per il nostro prossimo respiro. Fede è credere, è l’intima certezza che semplicemente “si è”.
La preghiera, in questo senso, non è un parlare con dio, ma è parlare con il sentimento di dio dentro di noi. Preghiera è darsi voce e corpo esprimendo e manifestando la propria vibrazione. Infine la preghiera non è dire preghiere ma vivere nella vita la nostra preghiera. È infilare la nostra preghiera insieme alle scarpe la mattina e portarcela appresso tutto il giorno. È così che la preghiera diventa una risposta all’esistenza, uno dei suoi venti.
Molte tradizioni inibiscono l’utilizzo dei Nomi sacri per evitare che la manifestazione delle forze evocate possa distruggere, con il suo attimo di focosissima apparizione, il corpo e la mente dell’orante. Personalmente credo che se non si sia raggiunta quell’intima connessione con l’angelo e con le sue qualità, l’angelo semplicemente non si manifesterà. Lui/Lei, l’angelo senza connotazione sessuale, non troverà il varco per rendersi sensibilmente tangibile. Se, diversamente, l’orante ha trovato al suo interno quel punto di contatto, allora nulla potrà nuocergli e l’angelo potrà offrire il suo messaggio. Ma vale comunque la pena fare l’esperimento della preghiera, poiché il dramma della richiesta e la sua recita hanno in ogni modo un effetto catartico su chi mette in gioco se stesso e il suo bisogno.
Nelle tradizioni del Libro le schiere angeliche, i loro ordini e le loro gerarchie sono complicatissimi: difficile districarsi… sarebbe l’opera di una vita dedicata solo a questo!

Fra le tradizioni ve n’è una che mi è particolarmente cara, ed è la mistica del Nome di 72. Un unico Nome frazionato in 72 radici ne dicono la complessità e il multiforme colore. Il Nome di 72 è ricavato dall’interpretazione cabalista di un passo dell’Esodo. Si tratta del passaggio del popolo israelita, schiavo degli egizi, alla sua nuova terra di libertà.
Ognuno dei 72 Nomi è composto di tre lettere ebraiche che possono essere pronunciate con diverse fonetiche. Da questa indeterminatezza nasce la possibilità di fare esperimenti al fine di trovare quel suono, personale per ognuno, capace di aprire le porte dell’interiorità.
La cultura new age ha chiamato “angeli” questi Nomi. In realtà i 72 sono entità statiche, non messaggeri itineranti ma figure preposte stabilmente alle loro funzioni.
Ogni Nome è una parte dell’intero Nome di 72. Ogni forza “angelica” è parte del tutto che il Nome rappresenta. Il lavoro di meditazione e di esperienza sui Nomi ha lo scopo di integrare con le sue vibrazioni le nostre parti mancanti e di portare alla superficie quelle già presenti ma ancora celate.
I 72 Nomi sono collegati anche allo zodiaco: ogni radice presiede cinque gradi della ruota celeste. I pianeti del nostro cielo trovano quindi corrispondenza numerica con alcuni Nomi. Gli aspetti del nostro cielo di nascita possono essere interiorizzati attraverso le vibrazioni del canto dei Nomi, aiutandoci a costruire il nostro personale passaggio verso la libertà, verso la perdita delle dipendenze e dei pensieri obbligati.

Il canto dei Nomi è un’esortazione alla pienezza della vita, al riconoscimento dei suoi colori e delle sue potenze. E quale gioia allorché, a forza di cantarlo, l’Angelo finalmente spalanca la finestra e irrompe nel nostro cuore! Meraviglia!

Articolo pubblicato nella rivista-libro
“ALDILA’. L’aldilà è la realtà della vita alla luce del giorno”
collana Oltre Confine – Edizioni Spazio Interiore-Roma

 

“Annunciazione” di Luigi Scapini

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