Fuoriuscita radioattiva

La gente muore, muore in grande numero.
Muore per acqua su barconi mercenari e pirateschi, muore per l’onda di un’altra acqua mossa dalle viscere della terra.
Muore per il fuoco dell’intelligenza umana che si è dedicata all’arte della distruzione del mondo e delle sue genti.
Muore per gli effetti catastrofici di una guerra nucleare senza guerra.
Ironia del disastro e concretezza del dolore e della paura. Macerie e guerriglia che però non fanno cedere a ciò che di consueto occupa la nostra attenzione drogandola con il veleno dell’insensibilità.
Politichetta squallida e povera la nostra. Un nulla che toglie anima.
Noi non abbiamo avuto l’onda d’acqua e nelle nostre piazze non si sparano colpi di mitra, ma qualche cosa arriva, onde diverse fatte di scampati, impauriti, feriti nel corpo e nel cuore.
Le radiazioni e il crollo delle borse stanno lì per farcelo sapere con tutta la forza e l’evidenza degli elementi, che non esiste un est e un sud separato dal suo ovest e dal suo nord e che il respiro della sofferenza e della paura si diffonde e dilaga, effetto domino invisibile, avvolgendoci nella sua densità, straniandoci.
In questi giorni se ci sentiamo malati, fragili, stranamente indisposti, pensiamolo pure che stiamo camminando su una terra sconvolta e che ne siamo parte. Pensiamolo e capiamolo che non siamo insensibili allo sgomento che arriva da oriente e da meridione.
E non importa se lo crediamo o no, anche se non siamo a lampedusa o in giappone, perché è difficile dire che non ci riguarda, anche se le porte delle nostre case stasera si apriranno con le solite chiavi.
Chi sente di essere parte di un luogo grande e coabitato, cinto in modo sottile ma indissolubile a tutte le creature che qui sono, può pensare e perfino desiderare di ammorbidire, inumidire e benedire ciò che … ( ognuno sa per sé) …, mettendo la vibrazione dell’amore di cui è capace nella voce riempita di parole.
E diciamole sentendoci noi stessi là, sulle cose distrutte, là aggrappati ad una barca improbabile, là nella piazza di pallottole perché tutti quelli che là vediamo, siamo noi stessi.

Dio prego guarisci prego
El na refà na la

E quale dio si prega è uguale.
Va bene anche quello nel quale non crediamo, quello del dubbio e dell’inutilità perché forse sarà lui/lei a trovare il suono della nostra voce e a spingerla dove serve.
Proviamo a guardare le lettere ebraiche di questa preghiera antica, anche senza conoscerle perché forse la loro forma ispirerà l’intenzione e farà trovare un buon motivo per cantare il loro suono. Forse aleph accenderà il suo vento e nel suono della nostra voce senza richieste, troverà il modo più bello di spendere il suo barbaglio.

 

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