Esiste un Dio delle donne? Un problema di linguaggio

 Quando una donna pensa a Dio, si riconosce nella sua iconografia?

Prendendo spunto, e tenendo come limitata base di partenza, l’idea che l’esistenza di Dio, prima ancora che diventare religione, è la semplice presenza di un pensiero su Dio, posso dire che esistono donne che cercano una relazione con Dio. Quando delle donne intessono una relazione con Dio, esse danno corpo e anima a un divino che cerca di venire al mondo e di prendere spazio. Spazio e voce che automaticamente però si connettono con un’immagine interiore assolutamente e totalmente maschile.

Come poter pensare ad un Dio delle donne quando la nostra tradizione gli assegna invariabilmente una nominazione maschile e una “fisionomia” barbuta?

Questa evidenza è importante perché, in qualche modo, quello che non si può dire, non si può nemmeno pensare, ne tantomeno pregare.

Molte sono state le filosofe femministe, da Luce Irigaray a Simone Weil sino a Maria Zambrano e Luisa Muraro con il suo bellissimo libro “Il Dio delle donne”, solo per citarne alcune, che hanno indagato il problema della nominazione al femminile di cose, attività e categorie di pensiero, rilevando come in assenza della possibilità di declinare al femminile, la donna sia automaticamente sospinta verso una modalità maschile di conoscere e praticare il mondo.

Cominciando dal linguaggio che usa, anche per definirsi nel mondo professionale, per finire alla giacca e pantaloni. Avvocata? Ingegnera?  Medica?

In alternativa, al problema della nominazione al femminile e non riuscendo ad identificarsi con un pensiero maschile sulla divinità, la donna che cerca una identificazione di genere e dei referenti a lei simili nel campo della spiritualità, li trova principalmente nella figura della Madonna, nelle Sante o delle mistiche. Altra via di possibile identificazione al femminile delle figure di riferimento spirituale, le donne spesso trasfigurano la Natura e i suoi attributi, facendola assurgere a divinità, ente totalizzante e dalle caratteristiche metafisiche.

La donna che cerchi un possibile rispecchiamento di genere con “ciò che c’è di maggiore”, per dirla con le parole di Sant’Anselmo (un uomo!) non trova nel nostro linguaggio un ente astratto ne’ una parola cui riferirsi per identificare la divinità.

E su questo punto faccio un poca di autobiografia.

Ho letto le scrittrici che ho citato ma il “problema” del Dio delle donne, mi si è presentato concretamente, quando stavo scrivendo il mio libro “La danza di Davide. Dalla lettura dei salmi alle lettere del cosmo”.

Indagando il testo ebraico dei salmi, ho spesso trovato traccia di una forma femminile del divino, intesa esattamente come Dio, ovvero come ciò che c’è di più grande, di sommo e di superiore a tutte le creature. Una figura che non è Madre o Sorella o Amica o Mediatrice e nemmeno una sorta di incarnazione del principio divino nella Natura o nella Terra, non Mare ne Alba né Vita.

Mi sono trovata così nella difficoltà di trovare un nome-Nome, numinoso e inequivocabilmente assoluto, per indicare e tradurre le lettere ebraiche che facevano sorgere in me l’immagine di Dio-Donna.

Segnalo che nonostante il modo di nominare Dio nei Salmi sia molto vario e, appunto spesso declinato al femminile, le traduzioni utilizzano solo le seguenti locuzioni: Signore, Altissimo, Dio e Santo.

Sono ancora immersa in questa mancanza del linguaggio e ancora ricorro ai pronomi lei, per esempio, oppure divinità ma non sono soddisfatta perché, a queste nominazioni manca quel sentore di assolutezza, astrattezza e onnipotenza che, automaticamente, si connettono alla parola e al sentimento intorno a Dio.

Non mi consola sapere che altre culture hanno avuto più rispetto dei generi e che le divinità femminili indiane valgono quanto quelle maschili, nemmeno mi aiuta sapere che Shakti e Shekinah, omologhe dello Spirito Santo, sono parte dell’immagine collettiva di tanti esseri umani.

Non mi aiuta e non mi consola perché queste immagini non fanno parte del mio patrimonio lessicale originario.

Semplicemente, qui da noi, anche lo Spirito Santo si declina con la O e  così,  tocca lavorarci sopra per eccesso di definizione al maschile!

Il che, a ben guardare, come ogni eccesso, travasa nel suo opposto e quindi in una immagine femminile alla quale però manca ancora la Parola per dirla.

Ecco che, ora, invito le donne a immaginare e pensare come questo Nome femminile possa spuntare nelle menti e nei cuori in modo da poterne fare uso per adeguare la nostra interiorità ad un Sé superiore che non rischi di gettarsi nel predominio di genere maschile o nella deriva naturalistica delle dee sciamaniche.

Si tratta di porre in essere un’attività di co-creazione immaginale lessicale che, come dice Muraro, non faccia sottovalutare “l’enormità del proprio bisogno” e che non faccia a se stessa lo sgambetto di pensare che il bisogno di un Dio-Donna vada commisurato alle forze attuali del pensiero e della cultura. In tutto questo, nulla a che vedere con il femminismo, nessuna rivendicazione, si tratta di ben altro. Si tratta di inventare o di lasciarsi inventare.

Perché come è vero che la candela accendendosi non ruba la sua fiamma al fuoco, ben possiamo metterci a pescare nel grande vuoto dell’Esistente per cavarne un modo di pensarci interamente assolutamente metafisicamente parte di un Dio assolutamente Donna! E prima o poi qualcuna o qualcuno, troverà la Parola.

Guarda il video!

La Papessa è un Arcano Maggiore. L’immagine di questa Papessa è d’après Nicolas Roerich e fa parte del mazzo di Tarocchi Flaim-Scapini allegato al libro “L’Albero dei Tarocchi. Le vie cabalistiche degli Arcani“.
Leggi la descrizione del libro!

Ho pubblicato un libro sulla preghiera e sul pregare, partendo da alcuni salmi della Bibbia. Il titolo è: “La danza di Davide. il segreto dei salmi”
Leggi la descrizione del libro!

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