Perù 8. Cose che toccano

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In ogni viaggio ci sono cose che “toccano”.
Alcune per me sono scontate e arrivano puntuali ogni volta che mi sposto come, per esempio, il diverso scorrere del tempo. Quando sono fuori casa, via dalle abitudini ripetute, il tempo mi si fa più lungo. Ho sempre pensato che questo dipendesse dalla maggiore attenzione che è necessario dedicare agli spostamenti, ai bisogni primari o alla curiosità che il nuovo accende. Quando viaggio, attendo che il tempo mi si spezzi, dilatandosi.
Altre cose che “toccano” sono invece sorprese.
José, il palero è stato una di queste. Il suo pensiero semplice, ma per nulla semplicistico, fa della realtà qualche cosa di autoevidente, che non richiede indagini, comprensioni o particolari consapevolezze. Se guardi la realtà, la vedi, se la vedi scegli da che parte stare, se stai dalla “tua parte”, stai bene.
Certo lui è persona speciale, lo si vede subito dall’occhio limpido e dallo sguardo diritto, dal portamento delicato e forte, dal suo muoversi silenziosamente quasi avesse un patto segreto con l’aria e non ci fosse bisogno di scansarla per farsi posto.
Non ci si vedeva tutti i giorni, veniva a scacchi al Jene Shobo.
La mattina che ho deciso di partire ero presa dalla valigia, dal pagamento del conto, dall’incertezza sul volo, dal trasbordo fino a Lima che si annunciava lungo una ventina di ore con un picco a 5.000 metri e circa 30 controlli di temperatura e di polizia.
“Forse mi conviene prendere una tachipirina”, io ho spesso la temperatura sopra i trentasette, è un fatto di costituzione. “Eppoi devo salutare le piante, quella dietro il pontile, alta e spennacchiata e gli uccelli e le rane e i rospi, il fiume, Karina, Andrea, Edoardo, el chefe Juan …”
José arriva pacato con una bottiglia in mano.
La medicina per la mia prossima dieta con l’Ana Caspi. Si tratta di un albero che si scorteccia da solo e cambia pelle come un serpente cambia la muta. Si difende così dai parassiti, cancella le cicatrici e protegge la sua linfa affinché possa andare verso l’alto. E’ un albero da fatica, usato per grosse costruzioni, per farne piloni e pavimenti da esterno perché è resistente agli insetti e ai funghi.
Non gli avevo detto che sarei partita di lì a poco.
Non avevamo convenuto una dieta.
Lui semplicemente è venuto con la bottiglia.
Ho più volte avuto modo di verificare che le sue comprensioni sulla mia natura erano esatte. La sua sensibilità ha dato un apporto di semplicità e stabilità alla mia. Ha letto le persone della mia vita con una precisione imbarazzante offrendomi una visione chiara d’insieme e non nei rispetti di ognuna di queste. E’ come se mi avesse insegnato il pronome “io” senza “con”.
L’apprendistato di José è stato lungo. Suo nonno era palero e gli soplaba lo spirito delle piante attraverso il fumo del tabacco sin da quando era piccolo. Lui ha poi fatto tanti lavori diversi ma il più costante è stato fare la guardia forestale per quarant’anni. Censiva alberi, li curarva, li trapiantava. Ha lavorato a progetti di  riforestazione fino a che, dentro alla selva, ha incontrato il suo Maestro. Ha dietato pali, alberi, sotto la sua supervisione per sette anni. La dieta è un regime duro, ci sono restrizioni alimentari, comportamentali, divieto di fare sesso, controllo della masturbazione. Il tutto per permettere allo spirito delle piante di pervadere, informando e offrendo una visione dall’alto del mondo. Gli sciamani sono lettori dei campi energetici, ne sentono il flusso, la natura e il cambiamento.  Nessuna sorpresa dunque che José si sia presentato nel giusto tempo prima della mia partenza con una dieta. Ecco, non ne sono stata sorpresa ma ho provato un sollievo enorme … che sarei partita all’improvviso era un fatto autoevidente agli occhi di José probabilmente sin da subito. La mia natura mercuriale, umorale e balzana, lasciava presagire veloci mutamenti di rotta. Ci ho messo un poco a capire perché ho sentito sollievo.
E’ stata la telepatia.
Essere stata capita e anticipata  in un passaggio non facilissimo mi ha tolto tonnellate di ansia.
Non ho dovuto spiegare né giustificare nulla e così qualche quintale di insicurezza se ne è andato.
Partire con la sensazione di non perdere nulla ha staccato da me chili di timore di essere abbandonata.
Questo mi ha “toccato” tanto il cuore.
La telepatia a questo serve: a renderci visibili, comprensibili, aperti, fluidi di modo che l’altro possa non fare passi falsi, possa non sentire il bisogno di prevaricare per ottenere quello che gli serve perché quello che ci è necessario si manifesta da sé e l’altro, se può risponde e se non risponde è perché o non può  o non vuole. Mai perché “non ha capito”. Ci si potrebbe capire e rispettare.
Se la telepatia fosse il normale sistema di comunicazione, come pare lo sia per gli alberi, nessuno rimarrebbe chiuso nella sua stessa cantina, bloccato da una spina antica piantata al centro  del proprio cuore pronto a farne colpa all’ultimo venuto.
Se ci fossero più persone telepatiche non ci sarebbe bisogno di fare Filosofia né Psicologia ma si farebbe Natura.
Se io diventassi telepatica potrei evitare la trappola delle aspettative che ripongo sugli altri e il legame delle proiezioni che loro hanno su di me, dato che ognuno di noi usa la menzogna per sopravvivere nel suo schema di vita. Paul Ekman dice che tutti mentono con una frequenza impressionante: circa tre bugie ogni dieci minuti.
Si mente soprattutto a se stessi, a volte per difendersi dai cambiamenti, a volte dalle reazioni altrui. E’ spesso difficile dire la verità, questa ha un costo. Certi rapporti si alterano o si rompono. Le rinnovate verità di noi stessi, nel tempo, possono non fare più parte del patto relazionale originario. Io ho mentito per non dire che provavo vergogna, tristezza, dolore, paura. Ho mentito per occultare il senso di colpa. Ho mentito quando qualcuno non mi piaceva eppure dovevo averci a che fare e ho anche mentito indifferenza quando qualcuno mi faceva innamorare.  Innumerevoli sono le bugie “da copione”. La recita di atteggiamenti che ci si aspetta da noi possono diventare gabbie dell’autenticità, della sincerità, della congruenza con il sentire.
Il gioco del burattino, i cui fili sono retti dalle proiezioni che altri ci gettano addosso come una rete, distanzia dal cuore. Si diventa bugiardi. Insinceri. Inautentici. Falsi. Si diventa inanimati.
Se fossimo più telepatici certi sorrisi, che non hanno nemmeno l’intenzione di essere sinceri, non porrebbero più nel dubbio o nel fastidio. Se fossimo più telepatici non ci sarebbero code in autostrada, partiremmo nel tempo della strada sgombra. Se fossimo più sensibili non ci ostineremmo a voler ottenere l’impossibile. Saremmo più pacifici, duttili, sereni.
Forse.
Sono partita da Pucallpa con una bottiglia che contiene lo spirito di una pianta peruviana che ora è nel mio frigorifero veronese con marca tedesca. Fa strano.
Domani comincerò a dietare Ana Caspi. Sono curiosa di vedere  l’effetto che fa!

Olivia Flaim
Verona 20 Aprile

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FOTO DI STEFANO GOLINELLI

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