Appunti sulla felicità. Incominciamo a desiderarla!

La ricerca della felicità è una favola, una metafisica, una chimera?
Intanto, prima di qualsiasi discorso, incominciamo a desiderarla e sentirla realmente possibile!

Fra il sentimento della felicità e l’energia del desiderio ci sono molti ponti e molte vie possibili.
Alcune convenzionali e molto ben segnalate. Queste vie sono costellate di immagini sociali, beni materiali, prestigio e riconoscimento.
Una via poco battuta è quella che segna il passaggio dal desiderio del bisogno al desiderio dell’Essere.
Su questa strada si incomincia a distinguere la fame di pane dalla fame d’amore.
Dapprima si comincia a desiderare di soddisfrare le proprie esigenze primarie, biologiche e fisiche, poi, a pancia piena, ci si sposta.
La fiaba di Aladino è un racconto meraviglioso per identificare questi passaggi.
Aladino, spinto dal proprio destino, trova qualche cosa di inaspettato, la lampada dei desideri, e inizialmente ne fa cattivo uso. Poi impara e comincia a spingere il suo desiderio oltre l’impossibile obbligando persone ed eventi a realizzare la sua immaginazione di felicità.

Le fiabe sono zeppe di figli di ciabattini che armati solo del loro desiderio conquistano in un solo colpo felicità e benessere.
Come?
Innanzitutto non ponendo limiti al loro stesso desiderio, limite che invece si appalesa subito, non appena si parla di felicità.

Quando si domanda di esprimere un desiderio spesso le prime parole che emergono sono quelle dei militari interiori arruolati nell’esercito anti-felicità:
“Non so chiedere!”, “Non sono capace”, “Ce l’avevo!  E ohimé, l’ho perduta.”, “Sono convinta che se riesco ..”, “Non ho idee.”, “Non mi manca nulla.”, “Beh e vabbé … “, ” Allora … .”

La paura di non farcela, il timore di adombrare qualcuno con il nostro successo, la contraddittorietà di certi desideri e la perdita di un ipotetico tutto a favore di una particolare cosa, sono le sensazioni che affiorano al solo parlare di desideri.

Qualche ipotesi sul perché di tanta ritrosia a desiderare.
L’attesa, l’indecisione e il ritardo, lasciano vivo e aperto lo spazio del sogno, e di ciò che, non essendo ora, è sempre possibile. Il  luogo della possibilità appare incantato. Lì si pre-gusta ogni delizia senza rischiare di ne’ perderla ne’ di vederla mai corrompersi.

Il desiderio in sé è perfetto. Non manca di nulla.

Il desiderio è tiranno, è fame di realtà. E’ un sentimento che si mescola spesso alla paura che il suo oggetto, anche non materiale, si ribelli alla nostra richiesta di piacere.
La paura di perdere, di verificare le nostre capacità, di diventare schiavi di noi stessi o d’altri, è l’eterna doppia faccia del desiderio.
E’ lei che incute terrore e che chiude il desiderio in argini inaccessibili e segreti.
La paura corre sotto al desiderio come una corrente fredda, slittando sotto alla superfice del mare.

Il desiderio è inafferrabile, subito corrotto dal possesso,; esso tocca i sensi del corpo per un solo attimo, lasciando di nuovo nella sete e nella fame. Ad ogni boccata di desiderio realizzato, il suo piacere diminuisce.

Ora si chiarisce un poco meglio perché alla domanda “Cosa desideri?” ci vuole un buon un quarto d’ora per avere la prima risposta!

E poi, una volta preso il contatto con il desidero, ci si comincia ad interrogarsi su come realizzarlo.
Pregare, invocare, prendere rapacemente dalla vita o dagli altri, comandare, credere nell’abbondanza dell’esistenza e non fare nulla, sperarando e confidando, sono solo alcuni modi.

L’immagine è dell’artista Simone Noseda

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