7. Indonesia. Velature

Anni fa fotografavo molto.
Non c’erano le macchine digitali e ogni scatto doveva essere molto pensato.
Viaggiavo con l’occhio che squadrava e automaticamente ritagliava immagini. Cercavo di cogliere i visi e le espressioni delle persone a sorpresa in quello che pensavo essere la loro naturalità. Un giorno, in Mali, un uomo si è accorto del mio scatto rubato e mi si è avventato contro cercando di strapparmi la macchina fotografica. Mi urlava addosso e non mi ha mollata finché non è intervenuto un amico.
In quella cultura rubare un’immagine significa rubare un pezzetto d’anima.
Questo episodio negli anni mi ha fatto pensare perché un poco è vero… tu sei lì bella tranquilla con una libertà di faccia che non rende il conto a nessuno e ZAC … qualcuno ti rapina la tua espressione più privata!
Da allora non ho più fotografato volti senza un cenno di consenso perché, fra le altre cose, mi sono resa conto che lo scatto su di un volto è sempre politico. Inconsciamente si cerca di cogliere quell’espressione che secondo ognuno di noi “rappresenta” una condizione sociale, una qualità, un umore, oppure la caratteristica di una popolazione.
La scelta di cosa “fermare” un’immagine, è di molto antecedente allo scatto.
E’ un’opinione che si fa immagine.
 
In Indonesia mille volte sono stata tentata di fotografare le donne musulmane affiancandole a quelle che non lo sono.
Velate le prime, con i capelli liberi le seconde.
Con le mantelline a coprire le spalle e la fronte le prime, mentre le seconde portavano camicette traforate e gonne così aderenti da essere più seducenti delle chiappe al vento delle molte occidentali in giro per l’Indonesia.
Ho a stento trattenuto l’ansia di riprendere le bambine velate e coperte come se si fosse al freddo sulla luna invece che a quaranta gradi con un umidità da tagliare con il coltello.
Una bambinetta correva paludata e felice tenendosi per mano con suo fratello in braghette corte.
Su un autobus ribollente pieno di galline e sacchi di granaglie, una piccolina, che ancora non camminava, stava in braccio a sua madre. Entrambe erano coperte dalla testa ai piedi con il velo a mantella.
Non le ho riprese perché il mio occhio era giudicante.
Io ero incazzata, non loro.
Era troppo facile fotografare e proporre quell’immagine che associa il concetto di libertà all’essere senza il velo.
Che scemenza.
Io personalmente, mille volte avrei voluto appartenere ad una cultura che mi permettesse di coprire il volto. Non sempre, ma quando serve: quando la tristezza ti si legge in faccia, quando sei costretta a tirare i muscoli del viso per celare i tuoi sentimenti, quando semplicemente non vuoi dare nell’occhio.
L’ho fatto, a volte, di coprirmi il volto con il risultato di sembrare polemica.
Volevo sottrarmi non mettermi in vista. Accidenti.
Così il mio occhio ha fotografato tantissime donne e bambine ma il mio cellulare è rimasto in tasca.
 
Una sera a Yogyakarta stavo passeggiando per Malioboro Street e sono entrata in un grande magazzino. Un banner lasciava scorrere le foto di moda per donne musulmane.
Felicissima, le ho fotografate.
Fotografare modelle che indossano mantelline, velette, e accessori mi è sembrato un escamotage accettabile per raccontare il mio tormentone.
Libertà di scatto dunque!!
E poi la sorpresa.
 
Quando sono uscita dal grande magazzino, il primo volto che ho incrociato è stato quello di una donna occidentale.
Grandi occhiali le coprivano il volto celando gli occhi.
Era sera.
 
Ecco: nessun velo copre gli occhi.
Gli occhi sono l’unica parte che rimane sempre scoperta nel viso delle donne indonesiane che portano veli e mantelle.
Al contrario gli occhi sono l’unica parte che noi copriamo.
Anche di sera quando il sole non è più l’accecante scusa per l’uso di occhiali.
Tutto qua.

Olivia Flaim

 

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