6. Indonesia. La grazia di Bali

Ieri sera ero a una festa e un’amica mi ha chiesto del viaggio.
Racconto due cose e poi lei mi dice di essere stata a Bali e a sua volta mi racconta.Più che luoghi, le sue parole evocavano sensazioni e, a un certo punto mi dice: “Ricordo ancora la sensazione di grazia che quel posto e quelle persone mi hanno dato.”
A me si sono rizzati i peli delle braccia perché il suo dire era reale e mi è entrato come una vibrazione sottile riportandomi a tutto quanto a Bali, è grazia.

Quando sono atterrata all’aeroporto sono successe due cose importanti.
La prima è stata una percezione olfattiva.
Le sale dell’aeroporto, i corridoi, la barriera degli uffici per il controllo dei passaporti, profumavano di incenso in modo così deciso da quasi farmi bruciare gli occhi.
La memoria, l’odorato è memoria fatta senso, va all’India, a un viaggio di qualche anno fa. Quasi mi pare di essere là ma immediatamente una statua altissima, un omone bardato e armato con un’espressione feroce e piedi giganteschi che non farebbe paura nemmeno a una formica, mi porta dove sono: in Indonesia, all’aeroporto di Bali, zeppo di statue di demoni propiziatori e di figure mitologiche.
La seconda cosa è stata una sensazione di gioia.
Mi è salterellata in petto forte e chiara come raramente le sensazioni sanno essere.
Esco dall’aeroporto per andare a prendere un taxi e il profumo di incenso persiste anche all’aperto. “Oh. Questo posto è un tempio”, hopensato e guardandomi intorno, per la prima volta ho notato i cestini delle offerte: foglie di palma fatte a steli e intrecciati, fiori, riso e bastoncini di incenso, sparsi ovunque. Molti rovesciati e calpestati, molti ancora intonsi e ardenti.

I cestini di offerta costellano Bali, come le stelle il cielo.
Davanti alle porte delle case, sugli incroci delle strade, alle rotonde, sulle soglie dei negozi, delle carrozzerie, delle fonderie, davanti ai supermercati, ai posteggi dei taxi, sulle macchine, sulle moto, davanti ai templi in qualsiasi posto di passaggio o dove si commerci o che sappia di “bello” o “sacro”.
Li trovi sotto gli alberi, dietro a dei sassi, all’inizio e alla fine delle scalinate. Davanti alla soglia della tua stanza di albergo o ostello che sia. Il cestino con i fiori rossi, bianchi e pervinca è democratico e rende grazie sempre e comunque a chi, invisibile, può proteggere e favorire.
Incessantemente durante tutto il giorno i balinesi si occupano di fare sì che il fuoco dell’offerta sia acceso.
Alla sera le persone preparano i quadrotti votivi per il giorno dopo. Mani esperte tagliano, intrecciano e costruiscono l’involucro, poi i fiori e il riso lessato per la gioia degli uccellini e delle tortore.
Mi sono fermata a guardare come si fa, il tempo che ci si mette a prepararli e ho chiesto quanti ne venivano preparati.
Un centinaio al giorno, questo più o meno è il numero.
Cento volte che la mente va al divino, cento volte che lo si intreccia nei fiori che lo si onora, che gli si affida.
Cento volte le mani giunte vengono portate alla fronte alla bocca e al cuore “Bless your thoughts, bless your month, bless your heart”.
Cento volte che il sottile fumo dell’incenso viene accarezzato per portarlo a sé. Cento volte che i fiori vengono immersi in acqua benedetta e usati come aspersori.

Cento attimi per ricordarsi che ogni parte della realtà visibile è frutto della grazia e di infinita benevolenza.

Olivia Flaim

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