11. Indonesia. Uluwatu

Prima di partire chiacchieravo con un’amica. E’ il tipo di persona che tiene i suoi sogni molto nascosti. Non li fa scappare attraverso le maglie delle parole. Lei ha la capacità di attendere che questi si facciano talmente densi da realizzarsi. La conosco da tempo e mi accorgo quando sta “covando” qualche cosa, così le dico: “Metti il tuo desiderio in un piccolo oggetto, lo porterò con me e quando troverò un posto che sentirò adatto, ne farò offerta.”
Così sono partita con un piccolo bracciale di stoffa che ho tenuto nel portafoglio quasi fino alla fine del viaggio.

Ero a Bali, isola di templi e devozione.
Quanto l’acqua è considerata sacra, tanto il mare è fonte d’inquietudine. Li risiedono gli spiriti più potenti, quelli da ammansire. Per questo molti i templi sorgono sulle rive o su speroni di roccia.
Il tempio di Uluwatu è fra questi.
Arroccato su una rupe, esposto al sole e al vento, è circondato da un giardino junglesco.
Dai suoi cancelli parte una passeggiata che sovrasta spiagge che pulsano di onde lente e profonde.
Ero agli sgoccioli del mio tempo balinese e il braccialino ancora non aveva trovato il suo posto.
Quel luogo di sole, aria e bellezza mi pareva giusto e mi sentivo sollevata all’idea di portare a termine il mio compito.
Arrivo alla sommità e trovo l’accesso al tempio chiuso. Vedo persone all’interno, faccio cenno che desidero entrare e mi fanno cenno di no. C’era moltissima gente, era l’ora della sera. Cerco di capire come fare, quando un custode mi apre il cancello. Soddisfatta entro e cerco un posto dove deporre le mie preghiere e il bracciale. Mi siedo, tempo cinque minuti e alle mie spalle compare un tizio austero il quale mi esorta a uscire perché non ho l’autorizzazione ne’ il vestito rituale. Cerco di mantenere il mio posto ma il “controllore” è molto deciso. “Va bene-mi dico-questo non è il posto giusto ed evidentemente la realizzazione del desiderio della mia amica incontra qualche resistenza.”

Esco e imbocco la passeggiata lungo la scogliera.
Uno spettacolo meraviglioso.

Allontanandosi dal tempio ci si avvicina alla parte più selvaggia. Prima di una strettoia, un grande cartello ammonisce i turisti di tenersi stretti gli oggetti perché le scimmie rubano occhiali, macchine fotografiche, cellulari e qualsiasi cosa luccichi.
Difficile da credere ma … è meglio credere!
Le scimmie non mi piacciono, i loro movimenti veloci e aerei mi disturbano, così mi tolgo gli occhiali metto la borsa chiusa a tracolla e attendo che qualche turista si addentri nel sentiero per seguirlo e farmi fare da scudo … mai si sa!
Arrivano due americani, lui alto, corpo da windsurf, con una grande macchina fotografica a tracolla, lei tatuata con occhiali a specchio e io mi metto dietro di loro.
Le scimmie sono tantissime e tengo gli occhi bassi e la borsa stretta.
Lui ride guardando le scimmie come un bambino stupito di questa popolazione animalitica. Prende il cellulare e si accuccia per fotografarne una che stava sbucciando una merendina.
Tempo un nanosecondo e una seconda scimmia gli balza sulla spalla e gli ruba il cellulare.
Lui è attonito. Resta lì con la mano ancora a forma di telefonino e comincia a urlare: “Ehi tu! Ridammi il cellulare”
Io dietro non volevo superarli e la voglia di entrare nel bosco mi era passata del tutto. Prendo tempo e partecipo al dramma. La scimmia era sopra ad un albero con il cellulare fra i denti sghignazzava verso il ragazzone. Lui agitatissimo urlava, la sua ragazza, pure lei, pareva tarantolata e saltava verso la scimmia. Lui, a un certo punto, urla con le corde vocali che parevano diventate autostrade viola: “ Merda di una scimmia! Ridammi il mio cellulare … costa un sacco di soldiiiii!!”
A queste parole la scimmia si eclissa nella boscaglia.
Io comincio a ridere domandandomi chi dei due fosse più scimmia: la bestia furtiva e veloce o il ragazzone che parlava alla scimmia come se questa potesse rispondergli e mettere in piedi una trattativa per la restituzione del maltolto. Una cosa del tipo: “Aspetta, ora non ho una banana qui con me, ma ora la vado a cercare. Mi raccomando aspettami! E ti prego … non barattare il MIO cellulare con altri. Stai qui! Giuro che torno e ti do in cambio un casco di banane per te e per tutta la tua famiglia!”.
Ghignando, mi ingobbisco per proteggere i miei stuff, e torno sui miei passi.

L’immagine quasi umana della scimmia e quella quasi scimmiesca del ragazzone mi rimangono appiccicate e hahahahaha, sono memorabili.

Mi riavvicino al tempio e mi siedo davanti al cancello dove prima ero entrata.
Quando certi posti sono pieni di anima e di energia, stare fuori o dentro le grate, poco conta.
Il flusso non si ferma davanti ai lucchetti.
Pregavo parole silenziose con la faccia da turista. Cercavo di assorbire per me stessa tutto il buono e il bello che c’erano lì. Avevo scampato un’aggressione dalle scimmie e ancora mi batteva il cuore. Mi sentivo protetta e anche divertita. Stavo seduta tranquilla bevendo acqua, quando il tipo severo che prima mi aveva allontanata dal tempio, mi si avvicina e mi chiede: “Are you serious? Vuoi pregare all’interno del tempio?” Io gli rispondo con gli occhi. Lui va dietro un tavolo prende un sarung, una fascia e me li sistema. Poi mi dice: “Vai ma non fare foto per favore.”
Vado, entro nella piattaforma più interna. Un luogo senza gravità, sospeso fra mare e cielo, ma quello che è successo lì dentro lo tengo per me.

Olivia Flaim

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