10. Indonesia. Maree

Ci sono immagini che ricorrono nei miei sogni.
I fiumi da attraversare le cui rive si slabbrano.
Le onde alte che sommergono e annegano.
I militari che solcano i mari pilotando bagnarole.
I porti deserti, abbandonati da tutti ma non dai pirati e dai briganti.
Il mare che sparisce e lascia le barche a pencolare sulla sabbia nera.

Ero a Flores e stavo imparando a stare sola anche in compagnia.
E’ un’abilità particolare perché a stare soli da soli sono buoni tutti.
Ciò di cui parlo è quell’abilità di partecipare allo stare insieme con un dieci per cento di presenza mentre gli altri novanta per cento restano vicini a se stessi.
Il mio “amato interiore”, quello con cui parlo e mi racconto un sacco di cose, a quel punto del viaggio si era ammorbidito tanto che nel mio dialogo interno ci stava anche una frase del tipo: “Ciao tesoro, cosa facciamo stasera?”

Flores è terra di vulcani.
Le montagne sono fatte a onde pietrificate: pieghe solide che ricordano quelle di uno hijab o di un velo da messa. Non rigide a cannoncino come quelle del sarung, ma fluide come uno chiffon mosso dal vento. Il verde delle foreste che le ricoprono si incunea facendosi ombra dando l’impressione ottica di un mare verde che scorre. Rami e radici ruscellano veloci giù dalle creste.

Flores è anche terra di mare e arcipelaghi le cui isole sono spettacolari. Creste che si ergono dal mare sinuose e acute come gli aculei di un drago serpeggiano nell’azzurro turchese fra baie rotonde come un abbraccio d’amore.
Avevo già dimenticato la marea di Gili Air, il ritrarsi del mare per centinaia di metri ma lì, a Riung davanti all’arcipelago delle diciassette isole nuovamente la sparizione del mare mi ha shokkata.
Ero uscita in barca per visitare le isole e fare snorkeling in mezzo alla barriera corallina e ai pesci. Il “capitano” dava regole precise: “Vedi quello scoglio? … Sì? … Bene non devi uscire dalla sua linea immaginaria perché la corrente è molto forte e ti trascina.”
“Non devi toccare niente che si muova sotto il pelo dell’acqua, c’è roba velenosa là sotto …”.
“Non tornare dopo le quattro, alle quattro e un quarto in punto dobbiamo partire perché inizia la marea e se non partiamo giusti non riusciamo a tornare in porto e ci tocca restare in mezzo al mare.”
“Okok -mi penso io- questo qui non vuole grane, né che mi urtichi, né che mi perda e nemmeno vuole fare tardi per la cena.”
Entro in acqua e vado a nuotare cauta come un gatto in un territorio sconosciuto: non sconfino e non tocco. Guardo, respiro e punto.
Sto via un poco e tornando mi accorgo che il mare era molto più basso e che, per non “toccare” nulla dovevo nuotare a rana molto estesa. Vedevo la spiaggia che era diventata tanto più ampia di prima e vedo il capitano che sbracciava per farmi risalire.
Nel giro di mezz’ora, il paesaggio era cambiato: le radici delle mangrovie emergevano, gli scogli prima coperti erano mezzo di fuori e là, dove prima c’era il mare, si vedeva emergere una sottile riga bianca. Il capitano mi dice che in certe stagioni e certe ore si può passare a piedi da un’isola all’altra.

Va bene, va tutto bene, mi godo il paesaggio finché non mi viene in testa una domanda:

“Dove va tutta l’acqua che qui si abbassa? … mica molto lontano, visto che nel giro di ore poi torna…”.
Non è una domanda cretina, in fondo è un intero mare che sparisce lasciando le barche a caracollare sulla spiaggia come ubriache.
Me lo sono domandato per giorni e ancora oggi.
Quella sera ho atteso di sentire nuovamente lo sciabordio dell’acqua dalla finestra della mia pensione.
Non ho preso sonno fino a che le onde non hanno ricominciato a lambire la spiaggia.
“Ecco -ora posso dormire- il mare è ritornato.”

La mattina scrivo a mio fratello e gli mando qualche foto delle barche a secco raccontandogli il mio tormentone … ma dove va tutta quell’acqua?
Lui mi dice di avere visto qualche cosa di simile in Massachusetts.
“Ah, meno male -penso io- l’acqua va in Massachusetts.”
E mi guardo bene dal cercare dov’è, mica che poi …

Olivia Flaim

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